Pubblichiamo oggi un intervento del nostro collaboratore Coventry Quinn a proposito del testamento biologico. Su questo argomento politica e cittadinanza si dividono. In particolare, come su molti altri temi sensibili e fondamentali, in questo campo le scelte politiche sono figlie di posizioni ideologiche e aprioristiche, che non tengono conto della realtà dei fatti e delle necessità della popolazione.

La scorsa settimana i ministri Maroni, Fazio e Sacconi hanno sottoscritto una circolare (che è un veicolo comunicativo tra pubbliche amministrazioni) in materia di “testamento biologico”, che ha riaperto la discussione sul tema e provocato conseguenti polemiche tra i sostenitori (semplificando, ma il nocciolo del problema appare questo) dell’obbligatorietà dell’alimentazione e idratazione artificiale e i suoi oppositori.

Come noto, con il termine – ormai entrato nell’uso comune – di “testamento biologico” si vuol definire la “dichiarazione anticipata di trattamento”, vale a dire la dichiarazione di volontà di un soggetto in merito alle terapie che intende o non intende accettare nell’eventualità in cui dovesse trovarsi nelle condizioni di incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o non acconsentire alle cure proposte (consenso informato) per malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o invalidanti, malattie che costringano a trattamento permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione.

Consentire ad un soggetto di esprimere tale intenzione, è apparso a molti Comuni italiani (circa settanta) una scelta opportuna e civile, che non ha nulla di ideologico e che non sottende finalità alcune di ordine politico. Non esistendo ancora in Italia una legge specifica in materia, si tratta solo di consentire ad un cittadino di formalizzare la propria espressione di volontà riguardo ai trattamenti sanitari che desidera accettare o rifiutare.

La materia non è stata ancora disciplinata giuridicamente (il caso Englaro, e la discussione parlamentare, poi sospesa, per giungere ad un testo di legge, insegna). Peraltro, alcuni punti certi esistono:

– l’articolo 32 della Costituzione, che prevede: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”;

– la Convenzione sui diritti umani e la biomedicina di Oviedo (ratificata con legge 28/3/2001 n. 145): l’articolo 9 prevede che “I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà, saranno tenuti in considerazione”;

– il Codice di deontologia medica, il cui articolo 34 prevede: “Il medico, se il paziente non è in grado di esprimere la propria volontà in caso di grave pericolo di vita, non può non tener conto di quanto precedentemente manifestato dallo stesso”.

In assenza di normativa specifica, sul tema si è espressa la giurisprudenza: in particolare, la Corte di Cassazione, che con la nota sentenza n. 21748/2007 (relativa al “caso Englaro”) ha autorizzato la disattivazione dei presidi sanitari, a determinate condizioni, specificatamente indicate nel principio giuridico (che appare ragionevole ed equilibrato) che chiude la pronuncia ed ha – per così dire – aperto la porta al testamento biologico:

Ove il malato giaccia da moltissimi anni in stato vegetativo permanente, con conseguente radicale incapacità di rapportarsi al mondo esterno, e sia tenuto artificialmente in vita mediante un sondino nasogastrico che provvede alla sua nutrizione ed idratazione, su richiesta del tutore che lo rappresenta e nel contraddittorio con il curatore speciale il giudice può autorizzare la disattivazione del presidio sanitario (fatta salva l’applicazione delle misure suggerite dalla scienza e dalla pratica medica nell’interesse del paziente), unicamente in presenza dei seguenti presupposti: (a) quando la condizione di stato vegetativo sia irreversibile, in base ad un rigoroso apprezzamento clinico, e non vi sia alcun fondamento medico, secondo gli standards scientifici riconosciuti a livello internazionale, che lasci supporre la benchè minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno; e (b) sempre che tale istanza sia realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente medesimo, tratta da sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l’idea stessa di dignità della persona.

Ove l’uno o l’altro presupposto non sussista, il giudice deve negare l’autorizzazione, dovendo allora essere data incondizionata prevalenza al diritto alla vita, indipendentemente dal grado di salute, di autonomia e di capacità di intendere e volere del soggetto interessato e dalla percezione, che altri possano avere, della qualità della vita stessa”.

Innovativa è stata anche una sentenza del Tribunale di Modena (511/2008), che ha emesso un decreto di nomina di un amministratore di sostegno in favore di un soggetto qualora questo in futuro sia incapace di intendere e volere, con il compito di esprimere i consensi necessari ai trattamento medici. Così facendo, si è data la possibilità di avere gli stessi effetti giuridici di un testamento biologico seppur in assenza di normativa specifica (anche se il giudice scrisse che non era necessaria una normativa in materia, mentre gli sviluppi del caso Englaro dimostrarono il contrario).

Anche il Comitato Nazionale di Bioetica si è espresso al riguardo, con un documento del 18 dicembre 2003, nel quale si afferma che “i medici dovranno non solo tenere in considerazione le direttive anticipate scritte su un foglio firmato dall’interessato, ma anche documentare per iscritto nella cartella clinica le sue azioni rispetto alle dichiarazioni anticipate stesse, sia che vengano attuate sia che vengano disattese”, fermo restando – si precisa – che “le dichiarazioni anticipate non possono contenere indicazioni in contraddizione con il diritto positivo, le regole della pratica medica, la deontologia professionale”. Ed evidenzia che “il diritto che si vuol riconoscere al paziente di orientare i trattamenti a cui potrebbe essere sottoposto, ove divenuto incapace di intendere e volere, non è un diritto all’eutanasia, né un diritto soggettivo a morire che il paziente possa far valere nel rapporto con il medico, ma esclusivamente il diritto di richiedere la sospensione o la non attivazione di pratiche terapeutiche anche nei casi più estremi e tragici di sostegno vitale, pratiche che il paziente avrebbe il pieno diritto morale e giuridico di rifiutare, ove capace e cosciente”.

Nulla a che fare, dunque, con l’eutanasia, pretestuosamente richiamata in alcuni commenti o dibattiti. La dichiarazione di volontà, invece, sotto il suddetto profilo rappresenta una sorta di vincolo per i medici curanti, pur mediato dalle norme deontologiche e mediche. Da tale punto di visto, dunque, appare non del tutto fondata l’affermazione secondo cui il testamento biologico non avrebbe alcun effetto: sotto il profilo strettamente giuridico ciò è certamente vero, ma vengono appunto a rilevare altri profili, come rilevato sopra.

L’iniziativa di alcuni Comuni italiani di attivare un servizio – di mera raccolta delle dichiarazioni, si badi bene – non significa eludere o anticipare iniziative legislative: più semplicemente, si tratta di mettere a disposizione dei cittadini che intendano servirsene di un servizio che consenta loro, attraverso un altro soggetto incaricato, di far conoscere le loro volontà, in caso di bisogno, affinchè non sia necessario ricostruire, a posteriori, la volontà dell’interessato, come è successo nel citato caso Englaro. Si è solo voluto attivare, cioè, un servizio di deposito delle volontà: il cittadino deposita una dichiarazione, attraverso un fiduciario, il quale in caso di necessità potrà rivolgersi al Comune per prelevare la volontà del “testatore”. Le conseguenze della successiva estensione e messa a conoscenza, ai soggetti interessati, di tali volontà, non sono affrontate e non costituiscono oggetto di quanto deliberato dai Comuni: è evidente che non vi sono conseguenze sul piano del diritto civile (in quanto in materia gli enti locali non hanno alcuna competenza).

Appare non motivato, peraltro, il parere di chi sostiene che “nessuna norma di legge abilita il Comune a gestire il servizio relativo alla dichiarazione anticipata di volontà” e infondata l’opinione di chi ha criticato l’iniziativa degli enti locali “tesa ad introdurre in Italia non solo quello che non è previsto e regolamentato dalla legge, ma anche quello che è vietato” (da cosa?). Quello che è certo è che non esistono leggi che impediscano l’utilizzo dello strumento dei registri comunali per esercitare l’autodeterminazione: occorre ricordare che in uno stato di diritto è proibito ciò che è vietato dalla legge? Sotto tale profilo, appare condivisibile l’affermazione secondo cui il Comune che istituisce i registri non deborda in alcun modo dalle proprie competenze, trattandosi solo di ricevere atti nel merito dei quali non entra affatto, da mettere poi a disposizione del medico curante, con gli effetti sopra evidenziati, pur limitati e soggetti a possibili scelte discrezionali e interpretative della volontà del testatore.

Resta il fatto che, per chi se ne vuole avvalere, è messo a disposizione un utile strumento per far conoscere le sue volontà sullo specifico tema. Mentre coloro che per varie motivazioni non condividono l’istituto non sono certo obbligati a redigere e presentare la dichiarazione anticipata di trattamento: appare sbagliato e illiberale impedire a chi volesse farlo di presentarla, per motivazioni ideologiche o a causa di una determinata concezione della vita. Ed è inaccettabile che su chi soffre e giudica invivibile la propria vita si aggiunga – per dirla con Michele Serra – “il discredito etico da parte di chi pretende che il diritto benedica solo le sue scelte e maledica quelle altrui”.


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