Domenica 17 ottobre è andata in onda una puntata di Report, nella quale si parlava, nella rubrica Com’è andata a finire? (il link porta al video della rubrica), delle ville ad Antigua di cui è proprietario il nostro premier Silvio Berlusconi. Il servizio era l’aggiornamento dell’inchiesta trasmessa nella puntata del 15 novembre 2009, dal titolo “La banca dei numeri uno“, che trattava il caso poco chiaro di Banca Arner.

Il quesito portante di Report non era capire di chi fossero le ville ad Antigua, perché è chiaro e confermato che sono legalmente intestate a Berlusconi: il fatto poco chiaro era da chi Berlusconi ha comprato i terreni su cui sono state costruite.

In un Paese normale credo che non sarebbe successo granché, se non dopo la trasmissione del servizio: polemiche “a seguire”. Invece, creatività del tutto italiana ci stiamo abituando alle “precritiche”: Niccolò Ghedini infatti già domenica mattina parlava del servizio di Report come diffamatorio e minacciava azioni legali. Milena Gabanelli, conduttrice del programma, ribatteva, un po’ stupita, dicendo che non capiva come potesse descrivere così la puntata quando ancora nessuno l’aveva vista.

Su Farefuturo Web Magazine, il periodico della fondazione FareFuturo, riporta in data 26 ottobre un’intervista di Domenico Naso a Milena Gabanelli, della quale vorrei riportare alcuni passaggi, e commentarli.

Dopo una domanda a proposito del pluralismo nella RAI, l’intervistatore chiede quali siano in punti della denuncia che sarebbe arrivata a Report, ma la Gabanelli nega l’arrivo di qualsiasi citazione. Per ora, verrebbe da dire.

Intervistatore: L’edizione appena iniziata di Report sembra più di “opposizione” rispetto a quelle precedenti. Scelta consapevole o effetto dei tempi?

Gabanelli: Nel nostro paese si declina tutto politicamente, quando invece la domanda dovrebbe essere: “È vero o falso ciò che viene raccontato?

Qua, a mio avviso sta uno dei punti del fare giornalismo in Italia. E così che si discosta l’attenzione dal nucleo delle questioni: tutto ciò che è pericoloso al potere viene declinato come attacco politico, le notizie diventano armi, per cui queste si confondono con le notizie false, fabbricate: queste sono le armi solite della diffamazione e distruzione dell’avversario, scorrette e dannose. Ci si concentra su particolari che debitamente “trattati” possono sembrare vizi mastodontici, allontanando l’attenzione dalla notizia completa, contestualizzata: su questa ha senso praticare un test di verità, sui particolari no, perché presi da soli ed elevati a notizia distorcono qualsiasi verità, in quanto sono solo una parte: sicuramente non sufficiente.

Al termine della breve intervista Naso fa una domanda a proposito del “circo mediatico attorno alla vicenda di Avetrana”. La risposta della Gabanelli è semplice e disillusa: questo tipo di storie non verrebbero gestite così ampiamente se la gente non vi si attaccasse in modo così morboso. Vale a dire che vicende come Cogne, Erba, Garlasco e ora Avetrana sono a tutti gli effetti “prodotti di mercato, come tanti altri”. Rabbrividisco soltanto a pensare a come si possa seguire con passione una vicenda come quella dell’omicidio di Sarah, fino ad arrivare a perdere di vista il dolore di chi ne è incolpevole protagonista, ma soprattutto a perdere il sentimento di “pudore”, buono, che dovrebbe avvolgerci di fronte a questi eventi: dentro è come essere più mostri del mostro che l’ha uccisa, perché si vuol sapere ogni piccola cosa della biondina ammazzata e gettata in un pozzo, dalla sua passione per i cani ai risultati degli esami biologici sul tampone vaginale.

Sentimento umano a zero, se tutto è prodotto di mercato. Noi stessi dobbiamo venderci, noi stessi dobbiamo acquistare: finisce che siamo solo un veicolo per i soldi, siamo merce ormai scaduta, ma dal portafoglio sempre e comunque pieno e…succulento.

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