Ciò che segue è frutto del caso

Pubblicato: 29/10/2010 da lalbatro in L'Albatro, Pensieri
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Ciò che segue non è frutto di immaginazione.

Ho bottato la macchina. Era venerdì. Sabato entrando in macchina ho rotto gli occhiali urtando lo “stipite” della portiera. Domenica sono uscito a fare una cromoterapia con una amica e la macchina si è fermata, batteria scarica.

Mi hanno staccato la luce e il gas in appartamento, quasi due settimane fa, il 18 ottobre. Il gas al momento ancora non c’è. Me lo rimetteranno venerdì mattina. Due mattine fa ho, non so come, eliminato dal mio computer praticamente tutta la cartella “Università”, ricca di appunti e presentazioni delle varie materie.

Oggi a Chimica Inorganica mi veniva da ridere, non istericamente, ma in modo incontrollato. Dio mio (è un modo di dire), se lasciamo andare il flusso dei pensieri assaporandone tutti gli affluenti, ci rendiamo ben conto che le tante piccole cose della giornata sono in realtà immense, uniche da sole e scivolose se solo cerchi di trattenerle. Ti lasciano solo il ricordo e il carico di umore che avevano con loro. Diventare un chimico potrà essere il mio futuro, ma insieme sogno di fare milioni di altre cose. E ugualmente bene. Il problema diventa il come. Aggiunto al perché e al quanto facilmente. Che si collega subito al tempo che occorre per imparare e riuscire a fare qualcosa bene, il quale è corroso dagli imprevisti, che nel luogo comune arrivano tutti assieme. Se tutto va bene può anche darsi che siamo un po’ più concentrati. L’attenzione cala e gli sbagli si moltiplicano.

Ho perso due settimane per dei casini burocratici che mi hanno costretto a trasferirmi ospite dalla nonna, con un viaggio di tre quarti d’ora sia all’andata che al ritorno dalla facoltà. Non ho studiato. Il tempo in macchina passa ma la testa si rilassa e a casa arrivi stanco, non concentrato. Anche ora dovrei stare chino sulla Chimica Fisica (complicata!) ma sono qua a scrivere. Sono deconcentrato, una punta di mal di testa e 18° nell’appartamento, non alzabili se non col fiato. Impresa ardua. Cinque alle otto, devo uscire a prendere la pizza. In tuta, gli occhiali vecchi (orribili, ma fanno molto professore), barba da fare: la solita capricciosa senza salsiccia ma con le olive, grazie Franco (si chiamerà poi così?).

Ora che ti metti concentrato sui libri le ore evaporano, e ti pare di non aver fatto nulla, se sei indietro come lo son io con questo inizio di anno accademico. E nemmeno il tempo di suonare un poco. A parte il fatto che non avevo la tastiera, dalla nonna.

Ma esco dal mio corpo e vedo questa figurina in una città, popolata da tantissime persone, in uno stato e un mondo zeppo di gente, tutti presi a correre in giro senza un perché; se non sapessi che sono tutti movimenti, i loro, che sono già stati fatti…tradizionali, i lavori non sono altro che funzioni, cioè azioni in sequenza che necessitano di un autore e sempre di un autore più o meno consapevole di cosa sta facendo. Per farlo bene, naturalmente. Ma perché, estraniato, il lavoro, il vivere comune sembra senza senso? Si inverte tutto: molte cose che sembrano fondamentali diventano futili e dannose: perché quell’omino corre e si affanna fra le città, invece che guardarsi intorno nella Terra, perché non ammira le distese di erba ancora per poco verde e bagnatissima tra il fango, o le foglie gialle rosse ocra verdi arancio che d’improvviso cadono a pioggia se il vento invisibile le spinge giù dal ramo? Perché non si mette a parlare col vicino senza avere il pensiero fisso che potrebbe fare qualcosa di più remunerativo? È un’ingiustizia mortale aver perso la voglia di conoscerci, stranamente morta nel cercare di farci conoscere, o meglio dare agli altri l’immagine di noi che si aspettano: gran lavoratore, persona onesta, ecc. Tutto molto importante, imbalsamato di luoghi comuni e sacrifici assurdi, in nome di cosa? Della saggezza futura del “se quella volta” o “se avessi”, pensando a fatti che abbiamo evitato per fare piuttosto qualcosa di più vantaggioso in termini economici, di prestigio, o sotto il comando di imperativi e bisogni imposti dolcemente da altri. Io sono libero di odiare il mondo perché lo amo? E mi accorgo di odiarlo quando per pigrizia o stanchezza lo ignoro, passivamente vivo, e lascio andare tanti momenti che invece dovrei prendere, afferrare e baciare violentemente, con passione, perché sono miei, solo miei. Nessuno ha il diritto di privarmi di loro, men che meno io stesso. Io lo odio il mondo quando è ancora lì a sorriderti, nonostante spesso lo ignori, e pronto a ospitare la prossima scena dove il caso ti pugnalerà o ti incenserà. La tragedia (senso strettamente letterario, teatrale) finisce, e non sai dove ti struccherai.

Caotico abbastanza da giustificare la mia momentanea assenza dal In comode rate?

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commenti
  1. strongale ha detto:

    assenza giustificata!

  2. Luca ha detto:

    Più che giustificato! e io che continuo a ripetere che ho delle settimane folli…. :$
    Non sei l’unico indietro con l’università, tranquillo… 🙂 Con tutte le lezioni, e quello che ho da studiare, il tempo è poco e sembra sempre evaporato nel nulla…
    Mentre per l’ultimo paragrafo mi basta dire una parola: Amen! Proprio nulla da aggiungere/criticare…

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