Ma c’è un’altra minaccia incombente, altrettanto pericolosa, rappresentata dall’uso deviato (e sostanzialmente distruttivo) che noi stessi facciamo di tale opportunità. Prendiamo questo blog, dove provo ad avviare discussioni critiche (e la critica – dice Michel Foucault – è lo smascheramento del Potere nei suoi discorsi di Verità e la Verità nelle sue pratiche di Potere). Fateci caso: non pochi interventi sono in perfetta sintonia con l’intento, seppure – ovviamente – sostenendo anche tesi molto divergenti e al limite contestative. Ed ecco che subito dopo irrompono post che non entrano nel merito ma tentano di bloccare la discussione con aggressioni verbali e sentenze apodittiche. E la comunicazione (che significa processo a due vie, come scambio di enunciati e feed back) viene sommersa da rumori antichi, tra l’insulto gratuito o il pernacchio plebeo; la brutta abitudine di storpiare i nomi (uso fascista, rilanciato per primo da Emilio Fede). Non è questione di bon ton, è molto di più: la dissipazione incivile della straordinaria possibilità di intendersi reciprocamente. Imbarbarimento delle pratiche discorsive spiegabile con il fatto che si sono perse le regole del dialogo e ormai ci siamo assuefatti allo spot come sostitutivo del ragionamento. E la garanzia di anonimato dello pseudonimo diventa il riparo da dove il cecchino può sparare indisturbato i suoi colpi proditori, un po’ vigliacchi.

Pierfranco Pellizzetti da “Comunicazione non è overdose di rumore“, il Fatto Quotidiano, 20 settembre 2010

Riprendo la citazione che ho sfruttato minimamente nel precedente post “Musate! (Imperativo presente)“, per avviare una riflessione sul dialogare.

Pellizzetti parla della facilità di commentare stando nascosti dietro ad uno pseudonimo: si può attaccare delle persone senza venire colpiti, il nostro avatar di anonimato si prende tutti i dardi che ci possono lanciare. Qualche anno fa io stesso giravo per i forum, con il mio utente puramente inventato (ne avevo due, se non sbaglio), la mia bella immagine che assolutamente non conteneva una mia foto, e commentavo, commentavo, commentavo. Si trattava di argomenti, discussioni futili, infatti i forum che frequentavo riguardavano Guerre Stellari (la mia passione!) o Harry Potter, e poco altro. Primi anni del liceo, ero una persona molto diversa da quella che scrive qui oggi.

Tutt’ora ho uno pseudonimo, ma discutendone con il mio amico Aristofane, abbiamo deciso di aggiungere alla pagina “Chi siamo” i nostri nomi veri. Non che prima volessimo nasconderci da critiche, contrapposizioni e insulti, ma ad un certo punto, acquisendo esperienza nello scrivere e pubblicare, ci è sembrato giusto rendere noto chi noi davvero fossimo. La rinuncia dell’anonimato non mi ha minimamente danneggiato, ma forse mi ha influenzato nello stare più attento a cosa scrivere e a come scriverlo: ho evoluto di un piccolo passo il mio modo di pensare, prendendomi un po’ più la responsabilità per quello che dico, penso, esprimo e commento.

L’anonimato non è negativo di per sé, a mio parere. A volte è necessario, ma diventa dannoso quando questo è utilizzato come manganello per le regole del dialogo. Esistono persone che, pur nascoste dietro ad uno pseudonimo sanno discutere, commentare e postare in modo civile, secondo le regole oneste e di rispetto che è il dialogare tra persone. La discussione è fatta di critiche, idee, contrapposizioni e ragioni, ma se nel percorso logico del confronto si gettano i sassi delle sfuriate pregiudiziali, si uccide la discussione.

Non credo che siano perse le “regole del dialogo”, come non credo che in questa società del 2010 si siano persi i valori. Penso piuttosto che l’imbarbarimento della comunicazione (come spesso è definita la difficoltà di confrontarsi) sia dovuto ad un assopimento dei valori e delle regole. Non essere abituati a spendere del tempo a pensare alle altre strade, ad altre idee diverse dalle proprie, porta necessariamente al ragionare in modo semplice, poco profondo (cioè ragionato). Il risultato è parlare a spot, che diventa, sempre citando Pellizzetti, sostitutivo del ragionamento. Problema ancora più grande è quando questo viene adottato dalla politica, con le sparate a cui siamo abituati da anni, ormai.

Alla fine, sembra essere una questione di stima propria e degli altri: prendersi la responsabilità dei propri pensieri è un atto di coraggio che comprende la loro espressione, la loro alimentazione, la disponibilità a poterli cambiare; questo è porsi in modo onesto verso gli altri, in modo aperto, mettendoci la faccia, sapendo di poter prendere delle musate.

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commenti
  1. fishcanfly ha detto:

    Interessante l’analisi che compi! In particolar modo prendo spunto dal fatto che oggi viene anche festeggiato il giorno di Martin Luther King negli States. La cosa che mi ha colpito di ciò che hai scritto è ‘il parlare per spot’: un sostituto del ragionamento, genuino. Ti debbo dire che spesso da blogger lo si deve fare per attrarre anche a leggere. E’ inevitabile per il poco tempo che passiamo sugli argomenti.

    Ragioniamo per tag, se mi permetti!Ti allego poi il link del mio ultimo articolo e ti invito a rileggerci vicendevolmente!

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/01/17/in-difesa-del-sig-a-r/

  2. lalbatro ha detto:

    Ciao fishcanfly!
    Ho trovato molto interessante il tuo articolo, hai un modo particolare di scrivere, tra l’altro.
    Hai colto nel mio post esattamente la scintilla che mi ha spinto a scriverlo: il parlare per spot. Son d’accordo con te quando dici che un blogger spesso deve utilizzare questa “tecnica” per attirare lettori, spesso anche io e il mio collega Aristofane scegliamo di inserire qualche “spot”, qualche frase topica che attiri l’attenzione e sintetizzi, chiuda un concetto che stiamo esprimendo.

    Un difetto che forse abbiamo è che spesso non riusciamo ad essere coincisi e non beneficiamo della capacità di riassunto: per questo molti nostri post sono di media lunghezza, e ciò è dettato anche dal non voler parlare per spot, per non abusarne. Il problema di parlare mediante slogan esiste quando se ne abusa, in ogni situazione in cui sia possibile discutere: tra amici per “decidere” se sia meglio Santana o Hendrix, per strada davanti al giornalaio commentando le notizie, in politica quando un leader, un premier non dicono le cose come stanno, e si sente che qualcosa di nascosto, di omesso c’è (dietro gli slogan per riempire il vuoto di informazioni).

    Ragionare per tag alla fine vuol dire “ancorarsi” ad un argomento e svolgervi sopra un pensiero: la propria parte di verità che si vuole mettere a disposizione degli altri, cioè una parte di verità che si lancia nella mischia, consapevoli che potrà venire sezionata, analizzata, smentita, eccetera eccetera!

    Ci possiamo collegare alle tue riflessioni a tratti “nichiliste”, considerando che anche se tra più di sei miliardi di persone noi siamo “nessuno”, almeno esistiamo e nei momenti in cui non siamo soli possiamo anche arricchirci personalmente parlando con altre nullità. Cito spesso i Baustelle ultimamente (forse è un modo di parlare per spot, ma cosa meglio di una canzone a volte va dritta al punto?) – “gentili ascoltatori, siamo solo nullità” (“I mistici dell’Occidente”, da “I mistici dell’Occidente”, 2010), ma nonostante tutto si può, si deve continuare a ragionare su quanto poco contiamo rispetto all’informe e alo “smisurato”. Citando infatti il tuo post “Lo smisurato deve pur non avere un nome. Altrimenti sarebbe accolto in un concetto.”: forse solo continuando a muovere il pensiero tra l’illimitato, i nostri limiti personali e il limite che è composto dagli “altri”, riusciamo a capire e a dedurre quale sia la nostra forma personale, come siamo fatti, chi siamo.
    Personalmente accetto l’invito a leggerci vicendevolmente!

    L’Albatro

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