Archivio per luglio, 2010

Oltre il blog

Pubblicato: 07/07/2010 da montelfo in Aristofane, Politica, Società, Trentino
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Da L’Adige del 6/07/2010 (Martino Ferrari = Aristofane)

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Le Paure di un Ventenne (l’immagine in formato pdf)

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In seguito ai dubbi di Marco Travaglio (Auto-bavaglio anti-bavaglio) che abbiamo riportato nel precedente post, si è aperto un dibattito a proposito dello sciopero del 9 luglio degli organi dell’informazione, indetto dalla Fnsi (Federazione Nazionale della Stampa Italiana).

Il gruppo Valigia Blu, guidato da Arianna Ciccone, scriveva domenica, rivolto alla Fnsi:

Cari editori, cari rappresentanti della Federazione Nazionale della Stampa -scrive il Gruppo – vi scrivo in merito allo sciopero del 9 luglio 2010 come strumento di contestazione contro la Legge bavaglio. Se si vuole dare un segnale forte per contrastare una legge che vuole i cittadini non informati e i giornalisti imbavagliati forse non è questa la risposta giusta. Anzi ci vorrebbe ancora più informazione.
Allora a nome della Valigia Blu, la dignità dei giornalisti e il rispetto dei cittadini (il gruppo apartitico nato su Facebook per una informazione corretta e per il bene comune con oltre 207 mila iscritti), vi chiediamo di non scioperare venerdì 9 luglio, pensate a una forma di protesta più forte e originale: regalate ai vostri lettori i vostri giornali. O fateli pagare la metà.
Una maggiore diffusione dei giornali -siamo convinti – sarà gradita anche  dagli inserzionisti. E agli editori che avranno paura di coprire i costi di questa operazione chiediamo più coraggio, in fondo si tratta di investire per un solo giorno puntando al ritorno non in termini economici ma di libertà e di democrazia. Sarebbero tutti felici: editori, inserzionisti, lettori, giornalisti.
Gli unici a non essere felici sarebbero quelli che in modo irresponsabile stanno portando avanti questa sciagurata legge, coloro che in un colpo solo vogliono legare le mani ai magistrati e mettere il bavaglio ai giornalisti, ledendo i diritti fondamentali dei cittadini alla sicurezza e all’informazione.

La Fnsi però ha replicato dicendo che non si tratta di uno sciopero tradizionale, ma di un “segnale straordinario, estremo, necessario per respingere un provvedimento che instaura la censura preventiva sulla stampa e cancella il diritto dei cittadini ad essere informati”; restano in attesa di ricevere e valutare altre proposte di iniziative comuni provenienti dalla società civile e dalla categoria coinvolta, pare prevedendo, oltre allo sciopero, successive iniziative di tipologia differente.

Claudio Gerino, del Comitato di Redazione di Repubblica è sulla stessa lunghezza d’onda, e ricorda che c’è tempo fino al 29 luglio per ulteriori iniziative, più incisive.

Dal sito de Il Fatto Quotidiano, scrive invece Paolo Flores d’Arcais: “Di fatto succederà questo: non usciranno i giornali più o meno democratici, usciranno invece, in situazione di monopolio, i giornali che della soppressione dei fatti (…) hanno fatto ormai la loro ragione sociale ed esistenziale. Per cui daremo vita ad un paradosso: una giornata di lotta per la libertà del giornalismo che regalerà per quel giorno l’intera opinione pubblica ai nemici di detta libertà“. (“Che senso ha imbavagliarsi da soli?“)

Gli fa da controcanto Sandro Ruotolo, sempre dal sito de Il Fatto Quotidiano, con un articolo dal titolo “Perché dico sì allo sciopero“: “Che fare? Io penso che abbia ragione la Federazione nazionale della stampa a protestare con lo sciopero del 9 luglio contro il ddl sulle intercettazioni. (…) . Il 9 luglio è uno sciopero politico, una forma di resistenza. La controparte è il governo e in gioco c’è la libertà di informare e di essere informati.“. È inoltre convinto che “sul disegno di legge sulle intercettazioni il governo può essere sconfitto. Dipende da come riusciremo ad allargare il fronte. E’ una battaglia democratica, a difesa della legalità e della Costituzione. Non è il momento di dividersi.

La direzione del Corriere della Sera ha proposto di uscire con le edizioni di venerdì 9 luglio ampliate da editoriali e supplementi riguardo alle intercettazioni, al diritto della libertà di stampa e di cronaca.

Una delle questioni più urgenti sembra quindi quella di consolidare un fronte comune per poter agire in varie direzioni di protesta contro la vergogna della legge Bavaglio. Forse, per contrappasso, ad un tentativo di “ammutolimento” si dovrebbe rispondere alzando di più la voce, ampliando le proteste e soprattutto favorendo una diffusione sempre maggiore e capillare delle informazioni che, dal 29 luglio, non sarà più permesso conoscere!

L’Albatro

Auto-bavaglio anti-bavaglio“, così titolava domenica 4 luglio la spalla de Il Fatto Quotidiano, di Marco Travaglio. Il giornalista si chiede se è davvero intelligente scioperare il 9 luglio contro la legge bavaglio, non facendo uscire il giorno successivo l’edizione di tanti quotidiani. In effetti la gente andando in edicola il 9 luglio troverà praticamente solo i giornali dell’area berlusconiana, “liberi” di canzonare lo sciopero e commentare le notizie: c’è la possibilità che la Maggioranza, avvertita con così largo anticipo, concentri a giovedì 8 una gran mole di scempiaggini e vergogne? Tanto il giorno successivo non ci saranno i quotidiani critici e opposti a commentarle, e, diciamocelo, in Italia non abbiamo una memoria tanto lunga, un giorno di vantaggio è forse troppo!

Quindi, è davvero la mossa giusta auto-imbavagliarsi per protestare contro il bavaglio?

Io mi trovo d’accordo con l’osservazione di Travaglio, che dice: “non sarebbe meglio uscire tutti in edizione straordinaria, listata a lutto, in forma di dossier con le intercettazioni e gli atti d’indagine più importanti di questi anni che, col bavaglio in vigore, non avremmo potuto pubblicare?

Non sia mai che provando in anticipo il bavaglio, dopo diventi più facile farci l’abitudine…

L’Albatro

Una curiosità dalla galleria immagini di Repubblica.it: i responsabili della Libreria del Congresso Usa hanno analizzato la pergamena della Dichiarazione d’Indipendenza Americana, scoprendo che alla parola “cittadini” era preceduta la parola “sudditi”, poi cancellata.

Una gaffe “storica” (nel vero senso della parola!) per il futuro terzo presidente degli Stati Uniti d’America, Thomas Jefferson (nella foto)!

***

Galleria: ‘Sudditi’ e non ‘cittadini’: la gaffe di Jefferson

L’Albatro

100

Pubblicato: 04/07/2010 da montelfo in Montelfo
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105 giorni di vita, e abbiamo raggiunto la soglia dei 100 post! E il bello è che ci stiamo proprio divertendo!

Avanti così!

Aristofane e L’Albatro

(Il primo post)

di Aristofane

A volte capita di sentire qualcosa. Un’ispirazione, una specie di bisogno di esprimere un sentimento, un’idea o un pensiero che compare improvvisamente in testa, senza che sia stato cercato o voluto. Ed è proprio quello che mi è successo l’altra mattina. Forse il mio inconscio, schiacciato dalla mole di schifezze che caratterizza questi giorni (condanne per mafia, festini a base di coca e sesso, sparate varie di vari politici, macchie invincibili di petrolio), ha cercato una via d’uscita. Niente di nuovo, sia chiaro: notizie come quelle di questi giorni siamo ormai tristemente abituati a sentirle da quando capiamo quello che ci succede intorno. Ma forse, a un certo punto, si arriva ad un punto di saturazione.

Forse tutto quello che accade nel mondo mi ha fatto provare paura. Paura per il futuro mio, del mondo, di tutti; perchè non riesco a vedere nè ad immaginare quale sarà il prosieguo della storia che il presente ci sta raccontando. L’Italia si ribellerà? Avremo finalmente una politica che si occupa dei cittadini? La gente ricomincerà a trovare lavoro? La natura sopravviverà o verrà spazzata via dal nostro egoismo? L’uomo riuscirà a smettere di cercare il profitto a scapito di tutto e tutti oppure la nostra storia sarà per sempre un susseguirsi di guerre, intimidazioni e lotte?

Sono tutte domande a cui non so rispondere. E non riesco a trovare la chiave per aprire la porta e scorgere più avanti. Forse è stato questo a spingermi a scrivere questa cosa. La paura del futuro, dell’ignoto. Perché, si sa, temiamo sempre quello che non conosciamo.

Ho sempre detto e scritto, anche su questo blog, della mia convinzione sul fatto che conoscendo le cose, informandosi, si è più liberi, si hanno più armi per affrontare il mondo e le sue difficoltà, le insidie che la società, specialmente questa marcia società italiana, ci propone. E sono assolutamente sicuro che sia così. Ma a volte sono attraversato da un dubbio: tutto questo può bastare? O vinceranno loro, questi criminali in maschera, che si vendono al miglior offerente, portando con loro le nostre prospettive, le nostre possibilità, addirittura parti di noi stessi come l’onore, il rispetto, la giustizia? In certi momenti mi sento in gabbia, prigioniero di un sistema che premia chi non lo merita e punisce chi rispetta regole e doveri.

Capita di provare tutte queste cose insieme. E di provare angoscia. L’angoscia, come diceva Kierkegaard, deriva dalle possibilità che l’uomo ha davanti a sé. Egli, per determinarsi, deve scegliere, decidere tra tutte le opzioni che ha davanti. E cade nell’angoscia, timoroso, insicuro sulla strada da percorrere. Quante volte non sappiamo dove guardare, cosa cercare, chi diventare? Non sono certo domande alle quali si possa rispondere facilmente, ma l’essenziale è non farsi scippare nessuna di queste possibilità. In modo da poter provare la giusta angoscia e, un giorno, essere padroni di se stessi per compiere liberamente le proprie scelte.

Il fatto comunque è che ho iniziato a scrivere qualcosa. E alla fine ne è venuta fuori quello che posto qui sotto. Confesso che all’inizio l’ho pensata come il testo di una canzone (ecco il perchè delle rime), ma il risultato mi risulta davvero difficile da ascrivere ad una particolare categoria. Lascio a voi decidere. Forse il bello di questi impeti, dei prodotti di questi momenti di “bisogno-di-esprimersi” stanno proprio nel fatto che ognuno può leggere la cosa come vuole ed interpretarla secondo la sua sensibilità.

Fiducia nel mondo non ne ho
E come potrei averne non lo so
Guardo le vite intorno
Scorgo egoismo e confusione
Solo false verità in collisione

La pioggia bagna le false speranze
Di chi non vede come tutto e’ distante
Odio, amore, calda invidia
Riesci a scorgerli?sono qui
Riesci a scorgerli?io si

Domani gli angeli ti chiederanno conto della tua crudeltà
Riuscirai a raccontare la verità
O ti nasconderai nel tuo nero silenzio?

Maschere,non siete altro che maschere
Figli adottati di un tempo futuro
Macchie rosse di sangue sul muro
Ambasciatori di false speranze
Falsificate le vite degli altri
Il giusto prezzo dei vostri canti fasulli
E’ il vostro violento renderci nulli

Massa indistinta,cervello comune
Bozzoli d’uomo,crisalidi spente
Finti i pensieri,androidi privi di mente
Forse con l’anima,ma sempre in costume

Domani gli angeli ti chiederanno conto delle tue falsità
Riuscirai a raccontare la verità
O ti nasconderai nel tuo spento silenzio?

Il vento sussurra qualcosa
Risposte a domande mai poste
Lampi di tempo dentro i tuoi occhi
Sono risposte a domande mai poste

Cenere nera,neve leggera e silenzio
Risposte a domande che pongo
Ultime cose del mondo
Rimaste nel nostro domani

Questo decimo articolo collage è stato scritto da Fabio Chiusi, un reporter di AgoràVox. Parliamo dell’intervento di Roberto Saviano alla manifestazione “Caffeina cultura 2010“, con un’interessante riflessione sulla diffamazione e gli strumenti: “il meccanismo del discredito funzione oggi più di ieri”.

Il video dell’intervento (da robertosaviano.it)

Il link all’articolo su AgoràVox

Il link alla pagina principale di Caffeina cultura 2010

Buona lettura.

SAVIANO A CAFFEINA 2010: “IO SO MORIRE DA UOMO”. E NOI?

(di Fabio Chiusi, AgoràVox, 1 luglio 2010)

Io so morire da uomo“. Il senso dell’intervento di Saviano in apertura a Caffeina Cultura 2010 è forse tutto qui, nelle parole che Paolo Borsellino rivolse al suo potenziale assassino una volta messo da parte dall’organizzazione criminale e accolto tra le braccia dello Stato. Parole pronunciate con lo sguardo fisso negli occhi del proprio carnefice, e che Saviano fa sue con altrettanto mite coraggio: “Io so morire da uomo significa io so come vivere“, se ho scelto questa strada – continua lo scrittore – so che cosa mi aspetta. E infatti il pensiero si ferma sulla morte, che “diventa quasi una condizione, anche se non viene”, “qualcosa di lontano, che non ti riguarda, qualcosa che può esserci ma ci badi poco”. Parte del mestiere, insomma. Anche per chi osserva: morti inevitabili.

E’ un racconto autobiografico, quello di Saviano, che però si snoda attraverso la storia dell’antimafia e degli anni delle stragi. E così la vicenda di Falcone e Borsellino si intreccia alla condizione di chi oggi combatta questo male che sembra inestirpabile. Non “eroi”, precisa – una parola che “allontana, rende intoccabili” – ma “giusti“. Persone fragili, che possono anche sbagliare, ma che vivono facendo il bene. E’ la tradizione ebraica, la Torah citata in apertura che ricorda come ci sia “un tempo per vivere e un tempo per morire“. Lo stesso tempo, forse, ma che assume un significato diverso, migliore, se lo si vive da “giusti”. Come i magistrati del pool.

Ma la storia della lotta alla mafia è la storia anche della lotta alla diffamazione, al discredito, agli insulti. Saviano lo sa bene, ma preferisce replicare a chi lo accusa partendo da lontano, con la voce della storia e dei fatti piuttosto che con quella della polemica e dell’attualità. E così ricorda come i magistrati di Palermo, ora santificati a destra e sinistra, mentre lavoravano furono costretti a subire ingiurie di ogni tipo. Rivivono le pagine del Giornale di Sicilia in cui Falcone diventava un “giudice abbronzato” – come a dire: certo, vivranno blindati ma il tempo per prendere il sole ce l’hanno. Le invidie tra magistrati più e meno noti. Gli ‘ndranghetisti che sussurrano: “mandiamolo in televisione, così l’ufficio l’abbandona“. Il meccanismo del discredito funziona oggi più di ieri, ammonisce Saviano. Perché non ha più bisogno di saldarsi a omicidi, a stragi: l’infamia riesce a isolare chi lotta la mafia senza togliergli la vita. “Ma io vorrei capire, confida Saviano, dove sta il confine tra critica e delegittimazione. Vorrei dire al mio lettore: stai attento, cerca di capire il senso, il progetto di chi sta parlando”. Perché il discredito brucia la memoria, giustifica e lava le coscienze, evita alle persone di sentirsi ciascuna colpevole, perpetuano lo status quo mafioso.

E’ questo il senso delle “condoglianze” di Marcello Dell’Utri all’accusa. Questo il senso delle frasi di Berlusconi, che attacca chi racconta la mafia, come se chi scrive di oncologia potesse diffondere il cancro. E’ la volontà di non comprendere, di non andare oltre ciò che quotidiani e telegiornali propongono incessantemente per risalire alla radice dei problemi. In una parola, è l’omertà. Ma il silenzio non risolve nulla. Dire “noi siamo anche altro”, infastidirsi perché il racconto del Sud debba continuamente legarsi a una sequela di omicidi, estorsioni, rapimenti – tutto questo è permettere alla metastasi di continuare.

Bisogna invece fare nostre le parole di Paolo Borsellino, ricorda Saviano in chiusura attraverso le immagini del magistrato assassinato il 19 luglio 1992. Parole che teorizzano come la lotta alla mafia sia destinata a rimanere perdente se si confina a una “quota etica”, a una parte secondaria, accessoria di un programma elettorale. Ecco, la vera risposta a chi diffama – e a chi mi diffama, sembra dire Saviano – è proprio questa: bisogna raccontare, raccontare, raccontare. Ripetere, ripetere, ripetere. Creare, e qui Saviano diventa Borsellino, “un movimento culturale e morale che coinvolga tutti, specialmente le nuove generazioni, che faccia sentire un fresco profumo di libertà e rifiutare il puzzo del compromesso morale”. Bisogna, insomma, che si diventi un po’ tutti Saviano, un po’ tutti Borsellino. Solo allora la memoria sarà tanta da sommergere la “montagna di merda” che è la mafia. Solo allora avremo imparato a vivere e morire da uomini.

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