Archivio per maggio, 2010

Quinto collage per il nostro blog, vi proponiamo un articolo di Marco Travaglio da Il Fatto Quotidiano, o meglio, la spalla che il giornalista scrive quotidianamente sul giornale. Il pezzo è un commento ironico sul “severo monito” del Presidente Napolitano riguardo allo scandalo più importante del momento: il fallo di Totti su Balotelli… Buona lettura!

ESPULSIONI CONDIVISE

(di Marco Travaglio)

(nella foto, Marco Travaglio)

da Il Fatto Quotidiano del 08/05/2010

Finalmente. Da tempo immemorabile auspicavamo un severo monito o un accorato appello del presidente della Repubblica contro gli scandali che quotidianamente si susseguono nella vita politica ed economica e finanziaria e istituzionale e religiosa italiana, e finalmente Giorgio Napolitano ha trovato le parole giuste per una dura reprimenda. A Francesco Totti.  Crollano le Borse di tutta Europa. Il ministro dell’Economia, dopo aver detto per mesi che andava tutto benissimo, informa il Parlamento di una manovrina finanziaria da 25 miliardi davanti a 50 assonnatissimi deputati su 630. Il ministro dello Sviluppo Economico lascia il governo per dare la caccia al mascalzone che gli ha pagato la casa senza dirgli niente. Il coordinatore del maggiore partito di governo è due volte indagato per corruzione, ma non si dimette perché “le dimissioni non appartengono alla mia mentalità” (è la sua religione che gliele impedisce). Il sottosegretario alla Protezione civile ovviamente indagato per corruzione convoca una conferenza stampa per rassicurare che lo scandalo della Protezione civile è tutto un equivoco. Il governo dei sette indagati (senza contare quelli nella maggioranza) finge di varare una legge anticorruzione e intanto si applica a vietare ai magistrati di fare le indagini sulla corruzione e ai giornalisti di raccontarle. La maggioranza litiga su tutto, anche sull’Unità d’Italia. Sindaci leghisti tentano di affamare bambini poveri perché i loro genitori non hanno i soldi per la mensa scolastica. Si scopre che i servizi segreti – già implicati in ogni genere di depistaggio su tutti i misteri d’Italia, nelle trattative con la mafia e nelle stragi del 1992-’93 – c’entrano pure con l’attentato dell’Addaura a Giovanni Falcone.

E il capo dello Stato, sempre in sintonia con il Paese, che fa? Reduce dall’impresa dei Mille, dichiara guerra a Totti, fantasista della Roma, per aver rifilato un calcione a Mario Balotelli, attaccante dell’Inter. Roba grossa. Tale da far vibrare di sdegno il massimo rappresentante della Nazione. Che, calibrando una a una le parole, scandisce: “Il fallo di Totti su Balotelli è una cosa inconsulta”. Gliele ha cantate chiare. Ora nessuno oserà più accusare il Presidente di eccessiva prudenza o acquiescenza nei confronti del governo. Napolitano, sempre vigile, ha subito individuato fra le mille la vera emergenza nazionale: lo scazzo Totti-Balotelli.

A questo punto una semplice squalifica del falloso e intemperante calciatore romanista non può bastare. Occorre un tavolo per le riforme condivise della giustizia sportiva, finalizzate a raggiungere l’obiettivo di espulsioni condivise che, superando le divisioni fra le squadre, aiutino il Paese a superare le contrapposizioni preconcette, in vista delle celebrazioni per il 150 anni dell’Unità d’Italia. E che nessuno si azzardi a “tirare per la giacchetta” agli arbitri chiedendo loro di fischiare quando un calciatore commette un fallo o segna in fuorigioco. A ogni fischio contro la Roma, per dire, dovrà immediatamente seguirne, in nome della par condicio, uno contro l’Inter, anche se nessun interista ha commesso fallo. E viceversa. L’ideale sarebbe un arbitro liberista e riformista, cioè che non fischia mai e lascia passare tutto: se fischia soltanto i falli e non anche i non-falli, presta il fianco al sospetto di avercela solo con chi commette falli e non anche con chi non li commette, e viene accusato di accanimento, persecuzione, partigianeria, giacchetta rossa o fischietto nerazzurro. Se poi le forze politiche, nel tavolo delle riforme condivise, volessero direttamente abolire i falli e/o vietare l’uso del fischietto, gli arbitri si aggirerebbero per i campi raccogliendo margherite e cicorie condivise, evitando così espulsioni non condivise, contrapposizioni preconcette e polemiche inopportune. Le partite e i campionati li vincerebbe sempre la stessa squadra, quella che scende in campo col kalashnikov e il machete, ma sempre in un contesto condiviso, come ai bei tempi di Luciano Moggi.

(Vai alla pagina di riassunto di tutti i “Collage”)


di Aristofane

Giorni curiosi e difficili, quelli che stiamo passando. Gli stimoli e gli argomenti su cui srivere sono moltissimi, ma purtroppo non possono essere tutti seguiti. Dimissioni di Scajola, novità sul caso Bertolaso, i problemi di Bondi, il nuovo film di Sabina Guzzanti, gli ennesimi attacchi frontali di Berlusconi alla libertà di stampa e di satira.

Ma il tema che tiene banco sulle prime pagine dei giornali è, ovviamente, quello della crisi greca e del salvataggio dell’UE. Credo sia essenziale tentare di capire, a grandi linee, cosa è accaduto in quella che fu la terra di Omero.

Per prima cosa, è necessario dire che tutti i Paesi, oggi, ricorrono al debito pubblico per fare fronte alle enormi spese che è necessario sostenere. Il debito pubblico non è altro che il debito che lo Stato ha nei confronti di chi ha sottoscritto i titoli del debito pubblico. In pratica, lo Stato chiede dei prestiti ai suoi cittadini ed a quelli di altri Paesi, oltre che alle banche. Ogni anno, il debito accumula degli interessi, che è necessario pagare a chi ha sottoscritto i titoli, in modo che quest’ultimo continui ad effettuare il prestito anche negli anni successivi. Se lo Stato non dovesse più restituire gli interessi, apparirebbe come un cattivo debitore, ed avrebbe serie difficoltà a far sottoscrivere i suoi titoli del debito pubblico.

In un periodo di crisi economica come quello che stiamo attraversando, gli Stati con un’economia più debole faticano ancora più del solito a tenere in ordine i conti pubblici e a rispettare i parametri rigorosi che l’UE impone per chi vuole rimanere nell’area euro. Inoltre, la spesa sociale aumenta (in quanto è necessario fare fronte alla crisi), e la speculazione e la volontà degli USA di tenere debole l’euro fanno il resto, precipitando il Paese nella crisi e portandolo al fallimento.

Tutto questo è quanto è accaduto alla Grecia, che quindi si è ritrovata a non avere più fondi per garantire i servizi basilari ed il pagamento degli stipendi. Senza un prestito dell’UE e del FMI (Fonfo Monetario Internazionale), la situazione sarebbe stata ancora peggiore di quanto non sia già ora.

E in futuro? Quali saranno i prossimi paesi che falliranno come è accaduto ad Atene? L’Italia è tra questi? Accadranno anche da noi gli incidenti capitati in Grecia, con manifestazioni e lanci di molotov, morti e feriti? Scoppierà una guerra civile?Probabilmente è troppo complesso fare ipotesi adesso, ma quello che è certo è che la politica italiana sembra disinteressata a quanto accade. Lo dimostra il fatto che il 5 maggio, quando Giulio Tremonti era a Montecitorio per un intervento sulla situazione in Grecia e sulla reazione dell’Italia e dell’Europa, l’aula era semivuota. Erano presenti 5 deputati della destra e 48 dell’opposizione. Questo ci permette di capire quali siano le priorità per i nostri politici, che sono sempre molto presenti e compatti quando si tratta di votare indulti, leggi vergogna o criminogene. Sarebbe ora che si interessassero dei cittadini e facessero il loro dovere, invece che preoccuparsi del loro tornaconto.

Un pugno in faccia. In Italia abbiamo troppa libertà di stampa , e a dircelo è il Presidente del Consiglio, proprietario di tre televisioni private e, stando alle intercettazioni di Trani, praticamente anche di quelle pubbliche. Ultima sua conquista è l’interim per il Ministero dello Sviluppo Economico, che comprende Attività Produttive, Commercio Internazionale, Comunicazioni e Politiche di Coesione. Solo con queste basi si può parlare di libertà!

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Un pugno in faccia è la classifica di Freedomhouse, che nel rapporto annuale sull’analisi della libertà di stampa nel mondo ci piazza 75°, sotto, per citarne alcuni, India, Sud Africa, Cile…siamo i sesti, scendendo nella classifica, citati come “ PARZIALMENTE LIBERI “. Ah, e siamo pure gli ultimi nell’area Euro. (Tabella della classifica mondiale 2010 Freedomhouse)

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Un pugno in faccia è la faccia tosta con cui Berlusconi dice (testualmente): “in Italia c’è la sicurezza di tutti che abbiamo fin troppa libertà di stampa, e questo credo che sia un fatto che non è discutibile“, davanti a dei giornalisti che grazie alla legge sulle intercettazioni rischieranno di finire in galera per aver fatto il loro lavoro.

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Un pugno in faccia è la continua violenza verso la mia intelligenza .  La nostra intelligenza. Mi fa male vedere persone così beate di essere prese per degli idioti. Mi fa male vedere tutta questa invidia malcelata verso chi ha i soldi e il potere, invidia che fa giustificare ogni, ma proprio ogni cosa.

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Un pugno in faccia è capire che la propria idea di libertà è molto probabilmente diversa dalla maggioranza addormentata del Paese. Forse perché la mia libertà non l’ho ancora venduta.

di Aristofane

Quello di oggi è un post che riguarda il Trentino. Precisamente la scuola trentina e la sua presunta eccellenza. Il pezzo è scritto da Chinonrisica, docente di diritto ed economia negli istituti superiori trentini da molti anni. Segue un articolo tratto dal “Corriere del Trentino” di oggi, che racconta la conferenza che Margherita Hack ha tenuto al Museo di Scienze Naturali, durante la quale ha toccato anche il tema della scuola ed il difficile rapporto tra la Costituzione e l’autonomia trentina, che, forse, si sta espandendo in campi che non le competono.

SCUOLA TRENTINA

di Chinonrisica

Bisognerebbe chiedersi come mai in Trentino si stia realizzando una riforma scolastica che supera in arbitrarietà, tagli all’organico (doppi rispetto al nazionale) e orribile creatività quella proposta da Maristella Gelmini. Anche qui una donna, l’assessore all’istruzione Marta Dalmaso (PD), catalizza le ire dei docenti per l’opera occulta di un uomo (Lorenzo Dellai API- UPT).

La giunta trentina, violando lo statuto di autonomia e la Costituzione (va ricordato che la Provincia di Trento, così come le Regioni in Italia, ha in base all’Art.117 della Costituzione Italiana, competenza primaria in materia di Formazione Professionale e competenza secondaria in materia di Istruzione) agendo con delibere estive e notturne, patteggiando con la presidente della Commissione Cultura della Camera, Valentina Aprea (PdL), attraverso l’onorevole De Torre (PD) è riuscita a cancellare, con un atto di giunta, un corso di studi statale (gli istituti professionali) spostando l’utenza verso i corsi professionali provinciali, con personale docente assunto senza vincoli di graduatorie, in piena libertà, da dirigenti scolastici nominati dallo stesso esecutivo provinciale.

Anche i punteggi assegnati ai docenti precari premiano l’insegnamento sul territorio provinciale e dal prossimo anno scolastico si studierà storia locale. In scuole in cui il tedesco resta obbligatorio.

Lega Nord? No, perché questa è la terra del centrosinistra autonomista che, mentre protesta in piazza contro il ministro Gelmini, tratta nei palazzi romani con i suoi sottosegretari e realizza tagli di organico peggiori di quelli nazionali (16,5% contro il 7% nazionale). La protesta ha infiammato il freddo Trentino. Ha indignato alcuni esponenti politici (di opposizione! Una realtà invertita rispetto a quella romana!), ha provocato manifestazioni studentesche e sedute straordinarie di Consigli Provinciali e Comunali.

Nel silenzio dei media, nell’indifferenza un po’ omertosa (Bersani, investito del problema alla festa della neve del PD, si è dichiarato disinteressato alla faccenda) dei partiti nazionali: perché si creda ancora alla favola dell’isola felice del centrosinistra nel Nord Est delle Libertà.

Il tema è tecnico e forse interessa poco. Ma il futuro degli studenti trentini non è meno importante di quello degli altri,e i docenti (precari e non) sono più penalizzati che altrove.

Che almeno non si celebri il trionfo del modello trentino!

MARGHERITA HACK A TRENTO (dal Corriere del Trentino di sabato 8 maggio 2010)

(clicca sull’immagine per ingrandire)


Oggi postiamo tre pezzi di tre autori diversi. Il secondo e il terzo sono degli autori abituali di questo blog, ovvero L’Albatro e Aristofane. Il primo è un contributo scritto da StrongAle, che ha più volte commentato i post di Incomoderatementali. I tre scritti riguardano il medesimo argomento: i loro autori hanno avuto la fortuna di accompagnare Marco Travaglio da Bolzano a Trento dove, presso l’Aula magna del Museo di Scienze Naturali, ha presentato “Ad personam”, il suo ultimo libro. Queste sono le loro impressioni. Buona lettura!

(La presentazione di “Ad personam” al Museo. Foto di Niccolò Caranti, di Sanbaradio – Clicca per ingrandire)

Impressioni di un grillo

di StrongAle

Venerdì 30 aprile, Bolzano.

Poco interessato a dei ragazzi di provincia come noi, con altezzosità, scrutandoci di sfuggita dai suoi enormi occhiali da sole, stava lì all’uscita dell’aeroporto mentre io, Aristofane e L’Albatro lo fissavamo sgomenti e intrepidi, bramosi di portare a compito la nostra missione.

Uomo riservato, con aria smorzata, faccia latentemente allegra con occhi ridenti e delle labbra fini che rivelano un sorriso pacato. Marco Travaglio era seduto affianco a noi in quella Mini rossa. Il resto è storia.

Missione: Travaglio deve giunger in quel di Trento a presentare il suo nuovo scritto.

Come un uomo importante, sebbene involontariamente, si atteggiava il nostro scortato: parlava al telefono, rideva rumorosamente, rispondeva alle nostre timide domande con durevole riflessione; mi ricordava molto un filosofo greco in balia dei suoi più profondi pensieri.

Eravamo lui, noi e la strada. Nessuna guardia del corpo, nessuna barriera, nessun ostacolo, nessuno schermo, nessun palco fra noi e uno dei personaggi più stimati dell’area di opposizione alla politica di governo italiano; un personaggio certamente importante e famoso ma più di tutto un critico spietato, una spina nel fianco per il governo, una persona temuta e rispettata, un giornalista che, citando il vecchio Guccini, “con la penna” uccide quanto vuole.

Questi i pensieri che mi attraversavano la mente mentre guidavo cercando di nascondere la mia inadeguatezza ed inezia che ero nei suoi confronti.

Progettavo, in realtà, e organizzavo la mia salita al potere, immaginando un giorno di potermi considerare un uomo realizzato, forse, come il nostro illustre passeggero.

Impressioni di un certo pomeriggio

di L’Albatro

Venerdì 30 aprile è stata una giornata molto particolare, trascorsa con il mio amico Aristofane e il nostro (speriamo) futuro collaboratore StrongAle. Siamo andati a prendere Marco Travaglio all’aeroporto di Bolzano per portarlo alla presentazione del suo nuovo libro, Ad Personam, presso l’aula magna del Museo Tridentino di Scienze Naturali. Un pomeriggio tutto strano, dal viaggio in compagnia di Marco alla presentazione-conferenza: semplicità e chiarezza di linguaggio, una incredibile capacità di collegare eventi, fatti e notizie che fa nascere una vera e propria voglia di sapere.

Non mi va di mitizzare la figura di Travaglio, non ne ha bisogno. Voglio piuttosto cogliere l’ispirazione nel vedere come si potrebbe essere persone consapevoli e chiare nell’esprimersi, come lui. Voglio osservare la forza che sprigiona il suo lavoro, il suo modo di parlare e voglio riuscire a coglierne l’energia. Non possiamo essere tutti Travaglio, ma possiamo cercare di parlare ed esprimerci sulla base dei fatti, documentati: qualora non ne avessimo non dobbiamo stare zitti ad aspettare di coglierli di qualcun altro, ma dobbiamo andarceli a cercare, chiederli ed esigerli! Prima di tutto la curiosità, la voglia di trovare e capire.

Insolito passeggero

di Aristofane

Un’esperienza da cui trarre degli insegnamenti. Tale è stata per me la giornata del 30 aprile appena passato. Con il collega Albatro e StrongAle, ho avuto la fortuna di accompagnare Marco Travaglio da Bolzano a Trento, dove ha presentato il suo ultimo libro “Ad personam”.

Arriva all’aeroporto serafico e tranquillo. Quando risponde alle nostre domande, in macchina, dobbiamo avvicinare l’orecchio per sentire, tanto parla piano. La valigia pesantissima e rovinata e la borsa di stoffa sono nel bagagliaio della macchina, pieni di articoli ritagliati e pronti all’uso. Il nostro insolito passeggero ha bisogno di un posto tranquillo dove scrivere il pezzo per il Fatto. Una volta arrivati, prima della presentazione del libro, tira fuori pc e chiavetta e lì, su due piedi, scrive l’articolo, che domani sarà in prima pagina.

Sono stato felice di trovare in Travaglio una persona consapevole di essere seguito da migliaia di persone, e di essere da loro ritenuto un esempio, ma nello stesso tempo semplice, gentile e disponibile a chiacchierare (nei brevi ritagli di tempo tra una telefonata e l’altra) con tre ragazzi curiosi ed emozionati nell’incontrarlo.

Personalmente, ammiro Travaglio per la sua forza. La forza di portare avanti le proprie idee e convinzioni senza farsi condizionare e la forza (molto rara di questi tempi) di cercare, documentarsi e lavorare sodo, prima di esprimersi e criticare. Le battute scambiate in macchina e la successiva presentazione del libro hanno ulteriormente evidenziato come valori quali l’onestà, l’imparzialità, l’ironia e la cultura siano fondamentali e preziosi, anche nella società di oggi, che i valori li disprezza.

Farò tesoro dei consigli che ho ricevuto. E quando un giorno, forse, riuscirò a diventare giornalista, sarà al suo esempio che guarderò.

(Gustav Klimt – Il fregio di Beethoven)

di Aristofane

“Grande male”. E’ questo il significato dell’espressione armena “metz yghern”, riferita al genocidio che questo popolo subì ad opera dei turchi tra il 1915 ed il 1918. Si trattò del primo tentativo di genocidio sistematico dell’epoca contemporanea, perpetrato ai danni di una delle più antiche minoranze etniche della regione anatolico-caucasica. Tuttavia, nonostante siano state massacrate circa un milione e mezzo di persone, perseguitate per il solo fatto di appartenere all’etnia armena, associare la parola “genocidio” a quegli avvenimenti costa, in Turchia, tre anni di carcere. Ed in molti paesi quella persecuzione non viene ancora oggi considerata tecnicamente un genocidio, come se per configurare l’orrore che tale parola indica fosse necessario un preciso numero di vittime o qualche altro crisma particolare.

Solamente in queste settimane la Commissione Affari Esteri della Camera dei rappresentanti USA ha stabilito che il genocidio degli armeni fu un vero genocidio. Il risultato del voto è stato di 23 sì e 22 no, una vittoria risicata. Questo dimostra la difficoltà nel riconoscere una realtà storica evidente ma molto scomoda, in quanto capace di irritare un partner dall’importanza economica e strategica molto grande come la Turchia, che infatti ha subito ritirato il proprio ambasciatore dagli Stati Uniti.

Duole ammetterlo, ma l’amministrazione Obama, tramite Hilary Clinton, si è comportata scorrettamente, chiedendo di non votare la risoluzione per la quale ci si dovrebbe riferire, nelle occasioni ufficiali, al genocidio armeno col termine “genocidio”, chiamandolo quindi col suo nome. E’ il caso di sacrificare, ancora una volta, la verità e la realtà in nome della convenienza?

Tutto ciò mi ha fatto pensare. Fino a che punto i fatti che accadono all’estero vengono “filtrati”, prima di arrivare a noi? Quanto influiscono le idee che, tramite i media, ci giungono in casa, attraverso la tv ed i giornali? Le informazioni che riceviamo sono oggettive, oppure ci spingono a vedere certe situazioni come lo scontro tra un Occidente puro, civilizzato, giusto (il Bene) e un Oriente arretrato, incivile e violento (il Male)? Ancora una volta il problema trova una sua componente fondamentale nell’informazione e nell’importanza che essa sia obiettiva e imparziale, scevra da pregiudizi e stereotipi, in modo tale da permetterci di formare un’opinione che potrà essere quella che vogliamo. Potrà sembrare agli altri sbagliata, ma sarà basata sulla realtà.

Guardiamo alla guerre in Iraq ed Afghanistan. Ci vengono presentate come guerre giuste, combattute per liberare noi dall’incubo del terrorismo e i popoli di quei Paesi dal giogo dei dittatori. Ora, non vi è dubbio che, in quegli Stati, vigessero regimi dispotici, guidati da tiranni; e, in quanto amante della democrazia e suo convinto sostenitore, non posso che rallegrarmi della loro caduta.

Ma qual è il prezzo di questa caduta? Iraq e Afghanistan sono stati occupati, è inutile prendersi in giro dicendo che sono teatro di operazioni di peace keeping, espressione odiosa che maschera vere e proprie operazioni militari. La democrazia non si esporta con le armi. Che ne è, allora, del principio di autodeterminazione dei popoli? Non si può che concordare sul fatto che in questi Paesi spesso venivano (e vengono tuttora) violati i diritti umani, per esempio nei casi di lapidazione delle donne. Nessuno sano di mente vorrebbe che queste cose accadessero mai, è ovvio. Ma la risposta giusta è uccidere civili, distruggere villaggi, squassare la già fragile economia di quei luoghi, occupare militarmente il territorio ed instaurare finti governi, trasformando radicalmente lo stile di vita degli abitanti? Siamo sicuri che loro stiano meglio adesso? Non credo che queste azioni siano la risposta adatta.

Io non possiedo una risposta. Questi sono interrogativi e problemi giganteschi, ai quali ognuno di noi, ogni tanto, dovrebbe pensare. Risolvere situazioni come quelle di Iraq ed Afghanistan è complesso e pericoloso. Bisogna lasciare che i diritti umani vengano violati, stando a guardare? Bisogna invadere un Paese sovrano, distruggendolo e cambiando per sempre la sua storia e quella dei suoi abitanti? Sono domande capitali.

Ma la violenza non è mai una risposta. Come ha detto qualcuno, essa è solo il rifugio della mancanza di idee.

di L’Albatro

Diamo inizio a questa rubrica sul significato delle parole. Argomento impegnativo. Solo ragionandoci un po’ sopra possiamo renderci conto di quanto queste siano credute, manipolate, di quanto siano usate a sproposito e brandite come un’arma contro gli altri.

Le parole contengono una forza incredibile, si possono dire, leggere, scrivere, interpretare: questa versatilità fa sì che anche nel silenzio, nell’assenza di parole si possano capire molte cose.

“Venite pure avanti, voi con il naso corto,

signori imbellettati, io più non vi sopporto,

infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio

perchè con questa spada vi uccido quando voglio.”

(F. Guccini – Cyrano)

In pratica, riflettendo sulle parole e sul loro significato in modo semplice, cerchiamo di sviluppare una difesa in più nel parlare quotidiano, sviscerando anche le contraddizioni che spesso fanno da sottobosco alle incomprensioni.

Morti bianche

Ho scelto questo termine ripassando gli appunti di un mio corso all’università, che tratta del rischio chimico negli ambienti di lavoro (ma non solo). Nello studiare la casistica degli incidenti dovuti alle sostanze chimiche siamo partiti dall’analisi dell’approccio al problema incidenti sul lavoro da cent’anni a questa parte: pensate che nel cercare un “fattore casuale” dal quale derivare il fenomeno degli incidenti si pensò inizialmente ad una predisposizione degli individui! Quasi fosse genetico rischiare di cadere da un ponteggio. Progredendo nel tempo è cambiato il modo di affrontare gli incidenti sul lavoro, anche se ancora oggi sembra essere più normale investire per aumentare i guadagni piuttosto che effettuare non solo una manutenzione in più, ma neanche quelle programmate.

Chiedendoci da dove venga l’espressione morti bianche possiamo leggere la risposta sulla rubrica Scioglilingua di Giorgio de Rienzo sul Corriere della Sera:

“Morte bianca” è quella dovuta a un incidente mortale sul lavoro, causata dal mancato rispetto delle norme di sicurezza. L’uso dell’aggettivo “bianco” allude all’assenza di una mano direttamente responsabile dell’incidente.

L’assenza di una mano direttamente responsabile porta a cercare di distribuire la colpa fra più persone, per i mancati controlli, per i mancati investimenti e per la mancata attenzione della vittima dell’incidente: arriviamo ad una, per così dire, “tattica pilatesca” per cui spesso si attribuisce la colpa dell’incidente al danneggiato.

Questo diventa il capro espiatorio, in quanto spesso l’attenzione viene concentrata solamente sull’evento terminale che determina l’incidente.

Se da un lato è corretto dividere le responsabilità, per il fatto che l’incidente è la summa di tanti fattori, dall’altro si rischia spesso che i processi proseguano per anni ed anni, senza che alla fine vengano puniti i responsabili.

L’espressione morti bianche non rende giustizia alle persone che perdono la vita sul lavoro, perché questa ha già in sé l’idea di assenza di responsabilità, mentre questa c’é, esiste: è l’avidità di profitto e guadagno, che troppo spesso in questi incidenti ha un peso maggiore dell’incuranza e della disattenzione.