(Gustav Klimt – Il fregio di Beethoven)

di Aristofane

“Grande male”. E’ questo il significato dell’espressione armena “metz yghern”, riferita al genocidio che questo popolo subì ad opera dei turchi tra il 1915 ed il 1918. Si trattò del primo tentativo di genocidio sistematico dell’epoca contemporanea, perpetrato ai danni di una delle più antiche minoranze etniche della regione anatolico-caucasica. Tuttavia, nonostante siano state massacrate circa un milione e mezzo di persone, perseguitate per il solo fatto di appartenere all’etnia armena, associare la parola “genocidio” a quegli avvenimenti costa, in Turchia, tre anni di carcere. Ed in molti paesi quella persecuzione non viene ancora oggi considerata tecnicamente un genocidio, come se per configurare l’orrore che tale parola indica fosse necessario un preciso numero di vittime o qualche altro crisma particolare.

Solamente in queste settimane la Commissione Affari Esteri della Camera dei rappresentanti USA ha stabilito che il genocidio degli armeni fu un vero genocidio. Il risultato del voto è stato di 23 sì e 22 no, una vittoria risicata. Questo dimostra la difficoltà nel riconoscere una realtà storica evidente ma molto scomoda, in quanto capace di irritare un partner dall’importanza economica e strategica molto grande come la Turchia, che infatti ha subito ritirato il proprio ambasciatore dagli Stati Uniti.

Duole ammetterlo, ma l’amministrazione Obama, tramite Hilary Clinton, si è comportata scorrettamente, chiedendo di non votare la risoluzione per la quale ci si dovrebbe riferire, nelle occasioni ufficiali, al genocidio armeno col termine “genocidio”, chiamandolo quindi col suo nome. E’ il caso di sacrificare, ancora una volta, la verità e la realtà in nome della convenienza?

Tutto ciò mi ha fatto pensare. Fino a che punto i fatti che accadono all’estero vengono “filtrati”, prima di arrivare a noi? Quanto influiscono le idee che, tramite i media, ci giungono in casa, attraverso la tv ed i giornali? Le informazioni che riceviamo sono oggettive, oppure ci spingono a vedere certe situazioni come lo scontro tra un Occidente puro, civilizzato, giusto (il Bene) e un Oriente arretrato, incivile e violento (il Male)? Ancora una volta il problema trova una sua componente fondamentale nell’informazione e nell’importanza che essa sia obiettiva e imparziale, scevra da pregiudizi e stereotipi, in modo tale da permetterci di formare un’opinione che potrà essere quella che vogliamo. Potrà sembrare agli altri sbagliata, ma sarà basata sulla realtà.

Guardiamo alla guerre in Iraq ed Afghanistan. Ci vengono presentate come guerre giuste, combattute per liberare noi dall’incubo del terrorismo e i popoli di quei Paesi dal giogo dei dittatori. Ora, non vi è dubbio che, in quegli Stati, vigessero regimi dispotici, guidati da tiranni; e, in quanto amante della democrazia e suo convinto sostenitore, non posso che rallegrarmi della loro caduta.

Ma qual è il prezzo di questa caduta? Iraq e Afghanistan sono stati occupati, è inutile prendersi in giro dicendo che sono teatro di operazioni di peace keeping, espressione odiosa che maschera vere e proprie operazioni militari. La democrazia non si esporta con le armi. Che ne è, allora, del principio di autodeterminazione dei popoli? Non si può che concordare sul fatto che in questi Paesi spesso venivano (e vengono tuttora) violati i diritti umani, per esempio nei casi di lapidazione delle donne. Nessuno sano di mente vorrebbe che queste cose accadessero mai, è ovvio. Ma la risposta giusta è uccidere civili, distruggere villaggi, squassare la già fragile economia di quei luoghi, occupare militarmente il territorio ed instaurare finti governi, trasformando radicalmente lo stile di vita degli abitanti? Siamo sicuri che loro stiano meglio adesso? Non credo che queste azioni siano la risposta adatta.

Io non possiedo una risposta. Questi sono interrogativi e problemi giganteschi, ai quali ognuno di noi, ogni tanto, dovrebbe pensare. Risolvere situazioni come quelle di Iraq ed Afghanistan è complesso e pericoloso. Bisogna lasciare che i diritti umani vengano violati, stando a guardare? Bisogna invadere un Paese sovrano, distruggendolo e cambiando per sempre la sua storia e quella dei suoi abitanti? Sono domande capitali.

Ma la violenza non è mai una risposta. Come ha detto qualcuno, essa è solo il rifugio della mancanza di idee.

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commenti
  1. chinonrisica ha detto:

    Leggi, mio caro aristofane, i “40 giorni del Mussa Dagh” sul genocidio armeno. Il politicamente corretto ha imposto l’obbligo di tacere sulla Turchia.
    Che a mio avviso non potrà entrare in Europa fino aquando non riconoscerà le proprie responsabilità verso il popolo armeno.

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