Archivio per aprile, 2010

di L’Albatro

Stavo scrivendo il precedente intervento, “È come venir tramortiti dal proprio body-guard…(parte II)“, quando mi sono accorto di essere a metà dell’album Black Holes & Revelations, Muse. Come un risveglio improvviso, una coppia di versi:

“and tonight we can truly say
together we’re invincible”

La canzone è Invincible.
Un bellissimo invito in chiave rock, a reagire, sempre e comunque. Non vergognarsi nel sentirsi diversi, combattere per i propri sogni, prendere ogni sconfitta come un’occasione per cambiare le cose. Ogni tanto è bello trovare in giro, per caso, un incitamento, anche se si tratta di cose che dovrebbero essere ovvie per poter sentirci delle persone.
Il concetto più importante di tutti è il NOI, tutti insieme siamo invincibili. Sono sicuro di non essere l’unico a voler rivoluzionare questo Presente, con la P maiuscola: siamo vivi ora, e quando saremo vivi domani, senza aver fatto nulla per cambiare in meglio le cose, sarà come interpretare dei cadaveri. Non dobbiamo aver paura di sentirci diversi, è una cosa stupida! Stupida e maledettamente comoda!

Insieme, siamo invincibili, together we’re invincible!

(Testo di “Invincible)

p.s.: ne parlava anche Monicelli, a raiperunanotte, di rivoluzione.

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di Aristofane

Guardarsi allo specchio non è un’azione banale. Spesso ci si ritrova a fare i conti con i propri desideri e le proprie ambizioni, che non sempre riusciamo a realizzare, o per lo meno a realizzare come davvero vorremmo. Altre volte sono le nostre paure ed insicurezze a venire a galla, e ci domandiamo come affrontarle e sconfiggerle. Il nostro riflesso, insomma, ci restituisce un’immagine di noi stessi di cui non sempre siamo completamente consapevoli, presi come siamo dalla frenesia e dalla fretta che regolano le nostre giornate. Immersi nelle mille occupazioni quotidiane, spesso non lasciamo che questi pensieri abbiano il giusto sviluppo, e così li teniamo là, fermi, pronti a scappare dalla loro prigione fatta di azioni quotidiane, utili e meno utili, che ripetiamo ogni giorno. Prendersi il tempo per pensare ci aiuterebbe a rivalutare le nostre convinzioni, le nostre idee, il nostro modo di pensare.

Mi chiedo cosa vedrebbe questa Italia se si guardasse allo specchio. Io ho delle idee ben precise su diversi temi, e spesso mi accorgo di essere sì pronto ad ascoltare chi non la pensa come me, ma non così incline a soffermarmi su queste diverse convinzioni per soppesarle, vagliarle criticamente e, in caso, farle mie. E questo mi porta a mettere in dubbio alcune cose, a chiedermi se sono poi così vere quei convincimenti su cui baso il mio pensiero e su cui formo idee ed opinioni.

Per questo mi chiedo cosa vedrebbe questa Italia se si guardasse allo specchio. Sono solo io che, quando penso ai desideri ed alle ambizioni che questo paese ha, vedo poco, vedo fumo e cenere, scarse possibilità per i giovani e per chi si impegna a fondo in quello che fa? Sono davvero così pessimista da sbagliarmi, da scorgere nella maggior parte dei giovani solo voglia di andarsene e sfiducia nelle istituzioni e nella politica, mentre in realtà tutti sono contenti della situazione attuale e fiduciosi nell’avvenire?

Mi chiedo se solamente io, guardando all’Italia e a chi ne fa parte, vedo politici trasformati in affaristi, preti divenuti mostri, mafiosi e delinquenti diventati uomini potenti, regole e leggi relegate al rango di qualcosa che si possa decidere se osservare o meno, informazione servile ed appiattita sulle tesi del potere, scuola sfasciata, disprezzo per la cultura, razzismo e  xenofobia ormai sdoganati.

Cosa vede l’Italia quando si guarda allo specchio? Riesce a individuare una via d’uscita, un modo per sconfiggere il Sistema, con la s maiuscola, fatto di ricatti, malaffare, soldi e potere che è diventato ormai il nostro Paese? C’è un modo per fermare questa deriva? E soprattutto, come possiamo noi giovani a partecipare a questo processo? E’ sufficiente informarsi, conoscere i fatti e gli avvenimenti e raccontarli a quante più persone possibili? A volte sono sicuro che basti, altre volte mi sembra una soluzione ridicola. E allora come spezzare le catene fatte di indottrinamento televisivo, menzogne, mafia e ignoranza che ci circonda?

Tra qualche anno vorrei fare il giornalista. Vorrei poter contribuire a quel processo di “liberazione”, di uscita dalla situazione attuale. Ma, guardandomi allo specchio, a volte mi chiedo se ne sono capace, se la mia voce ed il mio impegno possano servire a qualcosa, se vi sia realmente modo di uscirne e, soprattutto, se ne valga davvero la pena.

di L’Albatro

Riprendiamo con la risposta a Roberto Saviano che è giunta a repubblica.it da parte di Marina Berlusconi, presidentessa di Mondadori spa e figlia del premier: lo scrittore aveva dichiarato che dopo le parole del premier non sapeva come sarebbe stato il rapporto con la sua casa editrice, che fino ad allora sembrava capace di fornire “gli strumenti per convalidare anche posizioni forti, correnti di pensiero diverse“. Marina dice di sentire il bisogno di scrivere perché profondamente colpita dalla reazione di Saviano “di fronte a quella che era né più né meno che una critica. Una critica che può non essere condivisa, ma che, come tutte le opinioni, è più che legittima.

Alt. Stiamo parlando della critica ad un coach che ha schierato in campo una formazione sbagliata? No, stiamo parlando di un uomo che, come molti altri che raccontano la mafia, rischia ogni giorno la vita.

Silvio Berlusconi non può permettersi di criticare un’opera edita dalla Mondadori, − si chiede la Berlusconi − la quale naturalmente continua ad avere la più totale e piena libertà di fare le scelte editoriali che ritiene più opportune? Questo non è forse un bell’esempio di dialettica democratica? Mi pare che Saviano non riesca a distinguere tra una libera e legittima critica e una censura. Ma in questo modo è lui stesso ad applicare una censura, non riconoscendo al presidente del Consiglio il diritto di criticare.”

Quindi è Saviano a impedire al premier di parlare, in quanto non gli riconosce il diritto ad associare il suo lavoro di scrittore ad un’operazione di propaganda mafiosa! Dimenticavo che se sei il Presidente del Consiglio puoi dire sempre e comunque quello che ti pare! D’altronde ti ha eletto il popolo, cosa c’è da protestare?

C’è da protestare per questi ormai consueti meccanismi: il potente che dice quello che gli pare e piace e subito accorrono i vassalli a rimediare alle sue, scusate il termine, stronzate. Perché ormai è tutto permesso, tutto possibile. Ma qui parliamo di un impegno profondo, e coraggioso in un modo che io stento ad immaginare.

Nemmeno un gelato si può prendere Roberto Saviano, nemmeno un gelato, perché il tragitto da casa alla gelateria del paese va coperto con la scorta a fianco, magari venendo additati dagli ignoranti e ignavi per lo “spreco di soldi dello Stato”: soldi che vanno ad una scorta, pagata per accompagnarti a prendere il gelato. Alla fine, sotto sotto, ma neanche tanto, sembra bellissimo poter avere una vita normale. E invece, la figura più in vista dello Stato ti viene a dire che il tuo lavoro è se non inutile, dannoso.

Prima di parlare, in certi casi, bisognerebbe pensarci sempre una dozzina di volte, poi fermarsi, ripensarci e rendersi conto che è meglio tacere. Le uniche parole che si possono dire alle persone come Roberto Saviano sono parole di ammirazione e sostegno. Ammirazione per il coraggio, sostegno perché continuino e perché di gente come loro c’è veramente bisogno. Ognuno di noi dovrebbe fare la sua piccola parte. Roberto ha usato un modo di comunicare ampio e potente, ma non possiamo metterci tutti a scrivere libri: da parte mia, se state leggendo queste righe,  continuerò a denunciare le cose che non mi vanno. Può sembrare meno eroico di ciò che fa Roberto, lo è, ma è un agire che mi fa stare bene con il mio sentirmi uomo.

Per questo mi viene da urlare a sentire le giustificazioni date a parole che non possono essere giustificate, in ALCUN MODO. Una rettifica con tanto di scuse potrebbe apparire  anche solo lontanamente accettabile. Ma quando mai uno come Silvio Berlusconi chiederà “scusa”? L’arroganza prevale sempre, la difesa conta tantissimi legionari lobotomizzati (basta guardare in faccia Gasparri…) e al limite, se proprio si mette male si può sempre dire che non hanno capito nulla, che si è stati fraintesi e che si ha sempre elogiato l’operato di Saviano.

Ma questo è a tutti gli effetti bipensiero: la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza. E la dittatura è democrazia.

di Aristofane

Da mercoledì 21 a domenica 25 aprile si terrà a Perugia l’Intenational Journalism Festival. Saranno trecento i giornalisti, italiani (Gramellini, Serra, Travaglio, Ruotolo, Abbate, Mauro e tanti altri) ed internazionali (molti davvero importanti), che parteciperanno alla manifestazione e discuteranno di svariati argomenti, quali l’informazione online, i nuovi media, economia, diritti dei bambini, giornalismo investigativo e satira politica, solo per citarne alcuni. Qui trovate l’intero programma e qui l’elenco dei giornalisti invitati, con l’indicazione della data e dell’ora del loro intervento.

Fare il giornalista, di questi tempi, non è semplice, in Italia come altrove. E’ vero, questo mestiere (se fatto bene) ha sempre portato con sè una percentuale di rischio, ed ancora oggi alcuni professionisti pagano a caro prezzo il loro coraggio e la loro convinzione in quello che fanno. Due esempi su tutti sono quelli di Anna Politkovskaja e Peppino Impastato, morti per far conoscere la verità ai loro concittadini. Sacrificarsi, spendere la propria vita, il proprio tempo e la propria energia per fare in modo che fatti oscuri che accadano vicino o lontano da noi vengano alla luce; scrivere di ciò che si vede, delle proprie idee e di come si guarda il mondo; dare alle persone la possibilità in più di un punto di vista diverso; dare conoscenza e, di conseguenza, libertà. Queste sono le ragioni d’essere più profonde del giornalismo, le molle che fanno scattare in noi la voglia, il desiderio, il bisogno di scrivere per qualcosa e per qualcuno che non sia solo noi stessi.

Purtroppo, oggi il giornalista è spesso qualcosa di diverso, soprattutto in Italia. La categoria è piena di fantocci di partito, che amplificano le tesi di governo e supportano qualsiasi balla e sciocchezza, priva di qualsiasi fondamento, esso sostenga. Il potere corrompe molti, e pochi sanno resistere al suo fascino, non è una novità. Il buon giornalista è poi spesso tallonato da quelli che disturba, da quelli che vengono criticati o smascherati dalle sue righe o dalle sue parole. Sempre più, nei paesi semiliberi come l’Italia, la stampa, come tutti gli altri poteri di controllo, viene tenuta a bada ed attaccata a ripetizione. Questo in barba ai principi democratici, al rispetto di questo secolare lavoro ed alla memoria di chi ha sacrificato tutto perchè qualcuno, da qualche parte nel mondo, potesse dire di sapere una cosa in più.

“Sono sicura di voler fare qualcosa per le altre persone usando il giornalismo, ecco tutto” (Anna Politkovskaja)

Un aggiornamento che mi sembra molto importante: sono stati liberati i tre medici di Emergency. Di seguito, da Repubblica.it, tutti i dettagli.

ROMA – Sono stati rilasciati Marco Garatti, Matteo Dall’Aira e Matteo Pagani, i tre operatori di Emergency arrestati l’11 aprile scorso a Lashkar Gah, nel sud dell’Afghanistan, dalle forze di sicurezza afgane, con l’accusa di aver partecipato a un complotto per compiere un attentato contro il governatore della provincia di Helmand. Lo rende noto un comunicato della Farnesina. I tre operatori, riconosciuti “non colpevoli” come attesta un comunicato del Nds, il servizio di intelligence afgano, sono stati condotto presso l’ambasciata d’Italia a Kabul e presto saranno rimpatriati con un volo speciale. “E’ un sollievo per noi tutti e, in primo luogo naturalmente, per i familiari”, ha commentato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, rilevando che “il governo, e per esso il ministero degli Esteri, ha operato con accortezza e fermezza, aderendo alle preoccupazioni espresse da una vasta opinione pubblica”.

Anche cinque dei sei cooperanti afgani di Emergency, arrestati insieme ai tre italiani con la stessa accusa, sono stati rilasciati oggi a Kabul. Il sesto, sospettato di aver nascosto le armi nell’ospedale di Lashkar-gah, resta “in custodia”. Lo rende noto l’agenzia afghana Pajhwok citando un comunicato dell’Nds, i servizi di intelligence afghani.

Strada: “Fallito il tentativo di screditarci”. “Mi sembra una bella conclusione”, ha affermato il fondatore di Emergency, Gino Strada, aggiungendo però che “qualcuno ha cercato di screditare Emergency e il tentativo è fallito”. Dopo le tensioni con il governo italiano, il fondatore della ong ha ringraziato l’esecutivo per il contributo dato alla liberazione dei tre operatori che, ne è certo, “torneranno in Afghanistan”, e ha concluso il suo intervento con una battuta: “Invierò una maglietta di Emergency al ministro Frattini, come mi aveva chiesto”.

Frattini: “Ottenuto l’obiettivo”. Frattini ha espresso il suo più vivo compiacimento per la positiva conclusione della vicenda. “Abbiamo ottenuto quello che era il nostro obiettivo e cioè la libertà per i nostri connazionali senza mettere in discussione la nostra posizione di ferma solidarietà con le istituzioni afgane e la coalizione internazionale nella lotta contro il terrorismo in Afghanistan”, ha detto Frattini. Cher ha anche ringraziato il Pd “per la misura. Il titolare della Farnesina ha detto che i tre saranno trasferiti in Italia “nelle prossime ore con un volo speciale”, e ha spiegato che l’epilogo della vicenda “è il risultato dell’azione condotta dalla diplomazia italiana che ha agito con straordinaria professionalità e discrezione, nel rispetto delle istituzioni afgane che l’italia e la comunità internazionale stanno aiutando a crescere”. Poi ha “dato atto” a Cecilia Strada, figlia di Gino e presidente di Emergency, “di aver gestito la vicenda con sobrietà e evitando strumentalizzazioni, al contrario di una minoranza delle forze parlamentari che ha ottenuto come risposta i risultati di oggi”, ha sottolineato il ministro. “L’Italia il suo derby l’ha vinto” ha aggiunto il sottosegretario Gianni Letta.

La soddisfazione di Emergency. “Siamo felici che siano liberi, non avevo dubbi perché sono completamente innocenti – ha detto Cecilia Strada – Aspettiamo il loro rientro e il loro abbraccio con le famiglie. La loro liberazione è dipesa dal lavoro di tutti coloro che, sia in Italia che in Afghanistan, hanno cooperato per la loro libertà”. Quanto a un eventuale ritorno degli operatori in ospedale, Gino Strada ha detto che Emergency valuterà “il da farsi e la sicurezza della struttura. Non sappiamo cosa sia successo, ci sono punti oscuri, non è chiaro perché sia stata costruita questa trappola, questa montatura all’interno dell’ospedale. Spero che possa riprendere l’attività”. Comunque, ha assicurato il fondatore della ong, “non abbiamo mai detto di voler lasciare l’ospedale, che è stato occupato militarmente. Al nostro personale è stato impedito di andare a lavorare ma vogliamo stare lì perché quell’ospedale è la sola possibilità di cura della popolazione”.

Gli operatori: “Abbiamo vissuto momenti terribili”. “Sta cominciando adesso a capire che cosa è successo: poi ha dovuto interrompere la telefonata perché doveva restituire il telefono all’ambasciatore e perché gli avevano offerto un bicchiere di champagne”, ha detto il papà di Matteo Pagani, intervistato da Skytg24 subito dopo che aveva sentito il figlio al telefono da Kabul. “Un’emozione che ricorderò per tutta la vita”, assicura Paola Ballardin, moglie di Matteo Dell’Aira. Matteo, al telefono ha detto di essere “su di morale, forte” di stare bene, e ha salutato tutti. “Siamo molto contenti di essere fuori – ha detto Marco Garatti – abbiamo passato momenti terribili. Siamo soprattutto contenti di essere fuori con il nostro nome completamente pulito. La nostra reputazione e quella di Emergency sono intatte”.

di L’Albatro

Ieri (17 aprile) abbiamo visto la pubblicazione su repubblica.it di una lettera di Roberto Saviano rispetto alle dichiarazioni del premier del 16 aprile in materia di mafia e, più precisamente, di come Gomorra o la serie televisiva La Piovra abbiano pubblicizzato il potere criminale, che sarebbe “più famoso che potente”.

Il premier, in conferenza stampa si lancia all’attacco di questo “supporto promozionale alle cosche”, e poi ripete come una allegra filastrocca orwelliana i successi del governo nella lotta ai clan. Numeri da capogiro, ma sterilmente limitati ad autoammirarsi:

“[…]dobbiamo lavorare anche in questa direzione per far conoscere la volontà di questo governo di un’azione continuativa di contrasto alle organizzazioni criminali e i risultati che si ottengono i questo modo. Noi ci siamo posti come risultato della legislatura di avere in giro un numero possibilmente vicino allo zero di latitanti e di avere veramente distrutto le organizzazioni criminali sia la mafia che la camorra che la ‘ndrangheta insomma vogliamo fare di questa nostra attività un punto centrale e importante dell’azione di governo.

Queste parole sono trascritte da questo video. Consideriamo due aspetti:

1) bisogna lavorare per far conoscere la volontà del governo di un’azione continuativa di contrasto alle organizzazioni criminali: si sta, come al solito, mettendo in primo piano la figura del suo governo, per fregiarsi dei grandi numeri e dei “successi”, come se fossero unicamente un merito suo; obiettivamente, chi compie gli arresti, chi indaga e riesce a scovare i latitanti risultano essere le forze di polizia. Se poi ricordiamo i tagli che hanno subìto direi che se c’è qualcuno che può vantarsi sono proprio i nostri poliziotti. Ma ogni numero fa brodo.

2) La cottura di questa bella gallina sugosa che è l’Italia, continua con l’uso del tempo futuro: questo tempo verbale è tanto caro in tempo di campagna elettorale, ma diventa una malattia se rimane anche durante la legislatura. Ne ho già parlato in un precedente post (Pensieri antiitaliani – Parte II) con una bella immagine che ritrae i titoli di molti quotidiani, dove in sequenza leggiamo il posticipo progressivo della riduzione delle tasse, promessa sempre da Berlusconi. Il “faremo” suona imponente, perché dà l’idea di grandi progetti, di grandi successi. Il governo odierno è in carica da ormai due anni, e mi suona come una gran presa in giro questo “vogliamo fare”. Mi risulterebbe più sincero uno “stiamo facendo”, che sarebbe in linea anche con i numeri che urlano con tanta gioia. Ma sta tutto dentro uno schema ben preciso: diamo continuamente l’idea di iniziare con progetti grandiosi, per affiancarli ai già grandi successi che presentiamo. Cosa può volere di più un cittadino medio, specie adesso che c’è una grande difficoltà chiamata crisi?

Ma dopotutto questo è il governo del fare. Prendiamo il termine “azione continuativa“. Se pensiamo ai farmaci, succede che spesso questi si limitino a curare i sintomi, e non la malattia vera. Bene, l’azione continuativa è esattamente questo tipo di farmaco. L’agire è rivolto totalmente a catturare i delinquenti e sequestrare i beni di cui la mafia si è già impadronita. Manca la prevenzione. Chi ha sentito di operazioni concrete per salvaguardare campi come la sanità, gli appalti, la tutela dei commercianti? Sono sicuro che in molti casi questi strumenti ci sono e funzionano, ma non vengono potenziati né pubblicizzati. Cosa pensa un commerciante che è costretto a pagare il pizzo (se non vuole trovarsi la bottega in fiamme) degli annunci roboanti della cattura dei boss? Sa che ne arriverà un altro a breve, sa che se chi riscuote il pizzo viene catturato, presto verrà sostituito.

In fondo avere un nemico costante da combattere è comodo, utile nel campo del consenso a breve termine: basti pensare a Emmannuel Goldstein, il Nemico del Popolo, la figura immaginaria che “il Partito”, in 1984 di George Orwell, ha inventato per usare come valvola di sfogo del proprio popolo, durante i due Minuti d’Odio giornalieri, momenti in cui le persone, poste davanti ad un teleschermo vedono il nemico e possono insultarlo liberando tutta la loro bassa e repressa forza rabbiosa.

Per questo bisogna essere prudenti prima di andare a tagliare davvero le gambe alla mafia: togli le fonti che la alimentano? Togli il serbatoio costante di numeri, consenso, voti. Questo fa  schifo. Chiunque minacci il potere viene zittito, ma con i modi più subdoli e striscianti: una dichiarazione qui, una mezza accusa di là. Come giustifichiamo le nostre truppe in Afghanistan? Come giustifichiamo il sostegno ad un governo locale che cerchiamo di tenere in piedi con le armi (non si può esportare la democrazia…) che provvede a sequestrare tre medici soltanto perché curano chiunque, senza distinzione di sorta? In nessun modo, ma il fatto che Emergency esista, e che si sia trovata in questa assurda situazione può far tornare l’attenzione su questo conflitto poco definito, lontano: è meglio presentare i tre sequestrati come degli individui non meglio definiti, forse addirittura in odor di terrorismo…(vedi post Io sto con Emergency)

Ma mettere a tacere queste persone non è cercare di imporre il silenzio sull’argomento mafia? Certo che sì: siamo all’omertà di governo. Come facevano nei regimi totalitari a risolvere un problema? Semplicemente i media controllati non ne parlavano più. In poco tempo la massa perdeva il ricordo della questione e il problema era come se non fosse esistito.

Per combattere la mafia bisogna parlarne: è o non è un potere celato, nascosto? Parlarne sempre di più non solo aiuta ad indebolirla, ma si autoalimenta in questa azione: una persona troppo impaurita per parlare, se vedesse che sempre più persone coraggiose denunciano i crimini della mafia potrebbe trovare più slancio per uscire allo scoperto, se vedesse che queste persone sono tutelate in modo sicuro e non accusate dal Presidente del Consiglio di pubblicizzare ciò che le opprime, si creerebbe un circolo virtuoso per combattere davvero questo cancro maledetto italiano.

È grave che il Presidente del Consiglio abbia speso delle parole così dure su chi rischia la vita perché vuole un paese più libero. È come venir tramortiti dal proprio body-guard.

Nei giorni scorsi è morto Edmondo Berselli, grande giornalista italiano e persona dotata di grande intelligenza ed ironia. Lasciamo la parola a Riccardo Bocca e Piero Ignazi che, su “L’Espresso”, ricordano il loro collega ed amico scomparso.

Una chitarra per te   (di Riccardo Bocca)

Un marziano a Roma   (di Piero Ignazi)