Archivio per aprile, 2010

di Aristofane

Da mercoledì 21 a domenica 25 aprile si terrà a Perugia l’Intenational Journalism Festival. Saranno trecento i giornalisti, italiani (Gramellini, Serra, Travaglio, Ruotolo, Abbate, Mauro e tanti altri) ed internazionali (molti davvero importanti), che parteciperanno alla manifestazione e discuteranno di svariati argomenti, quali l’informazione online, i nuovi media, economia, diritti dei bambini, giornalismo investigativo e satira politica, solo per citarne alcuni. Qui trovate l’intero programma e qui l’elenco dei giornalisti invitati, con l’indicazione della data e dell’ora del loro intervento.

Fare il giornalista, di questi tempi, non è semplice, in Italia come altrove. E’ vero, questo mestiere (se fatto bene) ha sempre portato con sè una percentuale di rischio, ed ancora oggi alcuni professionisti pagano a caro prezzo il loro coraggio e la loro convinzione in quello che fanno. Due esempi su tutti sono quelli di Anna Politkovskaja e Peppino Impastato, morti per far conoscere la verità ai loro concittadini. Sacrificarsi, spendere la propria vita, il proprio tempo e la propria energia per fare in modo che fatti oscuri che accadano vicino o lontano da noi vengano alla luce; scrivere di ciò che si vede, delle proprie idee e di come si guarda il mondo; dare alle persone la possibilità in più di un punto di vista diverso; dare conoscenza e, di conseguenza, libertà. Queste sono le ragioni d’essere più profonde del giornalismo, le molle che fanno scattare in noi la voglia, il desiderio, il bisogno di scrivere per qualcosa e per qualcuno che non sia solo noi stessi.

Purtroppo, oggi il giornalista è spesso qualcosa di diverso, soprattutto in Italia. La categoria è piena di fantocci di partito, che amplificano le tesi di governo e supportano qualsiasi balla e sciocchezza, priva di qualsiasi fondamento, esso sostenga. Il potere corrompe molti, e pochi sanno resistere al suo fascino, non è una novità. Il buon giornalista è poi spesso tallonato da quelli che disturba, da quelli che vengono criticati o smascherati dalle sue righe o dalle sue parole. Sempre più, nei paesi semiliberi come l’Italia, la stampa, come tutti gli altri poteri di controllo, viene tenuta a bada ed attaccata a ripetizione. Questo in barba ai principi democratici, al rispetto di questo secolare lavoro ed alla memoria di chi ha sacrificato tutto perchè qualcuno, da qualche parte nel mondo, potesse dire di sapere una cosa in più.

“Sono sicura di voler fare qualcosa per le altre persone usando il giornalismo, ecco tutto” (Anna Politkovskaja)

Un aggiornamento che mi sembra molto importante: sono stati liberati i tre medici di Emergency. Di seguito, da Repubblica.it, tutti i dettagli.

ROMA – Sono stati rilasciati Marco Garatti, Matteo Dall’Aira e Matteo Pagani, i tre operatori di Emergency arrestati l’11 aprile scorso a Lashkar Gah, nel sud dell’Afghanistan, dalle forze di sicurezza afgane, con l’accusa di aver partecipato a un complotto per compiere un attentato contro il governatore della provincia di Helmand. Lo rende noto un comunicato della Farnesina. I tre operatori, riconosciuti “non colpevoli” come attesta un comunicato del Nds, il servizio di intelligence afgano, sono stati condotto presso l’ambasciata d’Italia a Kabul e presto saranno rimpatriati con un volo speciale. “E’ un sollievo per noi tutti e, in primo luogo naturalmente, per i familiari”, ha commentato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, rilevando che “il governo, e per esso il ministero degli Esteri, ha operato con accortezza e fermezza, aderendo alle preoccupazioni espresse da una vasta opinione pubblica”.

Anche cinque dei sei cooperanti afgani di Emergency, arrestati insieme ai tre italiani con la stessa accusa, sono stati rilasciati oggi a Kabul. Il sesto, sospettato di aver nascosto le armi nell’ospedale di Lashkar-gah, resta “in custodia”. Lo rende noto l’agenzia afghana Pajhwok citando un comunicato dell’Nds, i servizi di intelligence afghani.

Strada: “Fallito il tentativo di screditarci”. “Mi sembra una bella conclusione”, ha affermato il fondatore di Emergency, Gino Strada, aggiungendo però che “qualcuno ha cercato di screditare Emergency e il tentativo è fallito”. Dopo le tensioni con il governo italiano, il fondatore della ong ha ringraziato l’esecutivo per il contributo dato alla liberazione dei tre operatori che, ne è certo, “torneranno in Afghanistan”, e ha concluso il suo intervento con una battuta: “Invierò una maglietta di Emergency al ministro Frattini, come mi aveva chiesto”.

Frattini: “Ottenuto l’obiettivo”. Frattini ha espresso il suo più vivo compiacimento per la positiva conclusione della vicenda. “Abbiamo ottenuto quello che era il nostro obiettivo e cioè la libertà per i nostri connazionali senza mettere in discussione la nostra posizione di ferma solidarietà con le istituzioni afgane e la coalizione internazionale nella lotta contro il terrorismo in Afghanistan”, ha detto Frattini. Cher ha anche ringraziato il Pd “per la misura. Il titolare della Farnesina ha detto che i tre saranno trasferiti in Italia “nelle prossime ore con un volo speciale”, e ha spiegato che l’epilogo della vicenda “è il risultato dell’azione condotta dalla diplomazia italiana che ha agito con straordinaria professionalità e discrezione, nel rispetto delle istituzioni afgane che l’italia e la comunità internazionale stanno aiutando a crescere”. Poi ha “dato atto” a Cecilia Strada, figlia di Gino e presidente di Emergency, “di aver gestito la vicenda con sobrietà e evitando strumentalizzazioni, al contrario di una minoranza delle forze parlamentari che ha ottenuto come risposta i risultati di oggi”, ha sottolineato il ministro. “L’Italia il suo derby l’ha vinto” ha aggiunto il sottosegretario Gianni Letta.

La soddisfazione di Emergency. “Siamo felici che siano liberi, non avevo dubbi perché sono completamente innocenti – ha detto Cecilia Strada – Aspettiamo il loro rientro e il loro abbraccio con le famiglie. La loro liberazione è dipesa dal lavoro di tutti coloro che, sia in Italia che in Afghanistan, hanno cooperato per la loro libertà”. Quanto a un eventuale ritorno degli operatori in ospedale, Gino Strada ha detto che Emergency valuterà “il da farsi e la sicurezza della struttura. Non sappiamo cosa sia successo, ci sono punti oscuri, non è chiaro perché sia stata costruita questa trappola, questa montatura all’interno dell’ospedale. Spero che possa riprendere l’attività”. Comunque, ha assicurato il fondatore della ong, “non abbiamo mai detto di voler lasciare l’ospedale, che è stato occupato militarmente. Al nostro personale è stato impedito di andare a lavorare ma vogliamo stare lì perché quell’ospedale è la sola possibilità di cura della popolazione”.

Gli operatori: “Abbiamo vissuto momenti terribili”. “Sta cominciando adesso a capire che cosa è successo: poi ha dovuto interrompere la telefonata perché doveva restituire il telefono all’ambasciatore e perché gli avevano offerto un bicchiere di champagne”, ha detto il papà di Matteo Pagani, intervistato da Skytg24 subito dopo che aveva sentito il figlio al telefono da Kabul. “Un’emozione che ricorderò per tutta la vita”, assicura Paola Ballardin, moglie di Matteo Dell’Aira. Matteo, al telefono ha detto di essere “su di morale, forte” di stare bene, e ha salutato tutti. “Siamo molto contenti di essere fuori – ha detto Marco Garatti – abbiamo passato momenti terribili. Siamo soprattutto contenti di essere fuori con il nostro nome completamente pulito. La nostra reputazione e quella di Emergency sono intatte”.

di L’Albatro

Ieri (17 aprile) abbiamo visto la pubblicazione su repubblica.it di una lettera di Roberto Saviano rispetto alle dichiarazioni del premier del 16 aprile in materia di mafia e, più precisamente, di come Gomorra o la serie televisiva La Piovra abbiano pubblicizzato il potere criminale, che sarebbe “più famoso che potente”.

Il premier, in conferenza stampa si lancia all’attacco di questo “supporto promozionale alle cosche”, e poi ripete come una allegra filastrocca orwelliana i successi del governo nella lotta ai clan. Numeri da capogiro, ma sterilmente limitati ad autoammirarsi:

“[…]dobbiamo lavorare anche in questa direzione per far conoscere la volontà di questo governo di un’azione continuativa di contrasto alle organizzazioni criminali e i risultati che si ottengono i questo modo. Noi ci siamo posti come risultato della legislatura di avere in giro un numero possibilmente vicino allo zero di latitanti e di avere veramente distrutto le organizzazioni criminali sia la mafia che la camorra che la ‘ndrangheta insomma vogliamo fare di questa nostra attività un punto centrale e importante dell’azione di governo.

Queste parole sono trascritte da questo video. Consideriamo due aspetti:

1) bisogna lavorare per far conoscere la volontà del governo di un’azione continuativa di contrasto alle organizzazioni criminali: si sta, come al solito, mettendo in primo piano la figura del suo governo, per fregiarsi dei grandi numeri e dei “successi”, come se fossero unicamente un merito suo; obiettivamente, chi compie gli arresti, chi indaga e riesce a scovare i latitanti risultano essere le forze di polizia. Se poi ricordiamo i tagli che hanno subìto direi che se c’è qualcuno che può vantarsi sono proprio i nostri poliziotti. Ma ogni numero fa brodo.

2) La cottura di questa bella gallina sugosa che è l’Italia, continua con l’uso del tempo futuro: questo tempo verbale è tanto caro in tempo di campagna elettorale, ma diventa una malattia se rimane anche durante la legislatura. Ne ho già parlato in un precedente post (Pensieri antiitaliani – Parte II) con una bella immagine che ritrae i titoli di molti quotidiani, dove in sequenza leggiamo il posticipo progressivo della riduzione delle tasse, promessa sempre da Berlusconi. Il “faremo” suona imponente, perché dà l’idea di grandi progetti, di grandi successi. Il governo odierno è in carica da ormai due anni, e mi suona come una gran presa in giro questo “vogliamo fare”. Mi risulterebbe più sincero uno “stiamo facendo”, che sarebbe in linea anche con i numeri che urlano con tanta gioia. Ma sta tutto dentro uno schema ben preciso: diamo continuamente l’idea di iniziare con progetti grandiosi, per affiancarli ai già grandi successi che presentiamo. Cosa può volere di più un cittadino medio, specie adesso che c’è una grande difficoltà chiamata crisi?

Ma dopotutto questo è il governo del fare. Prendiamo il termine “azione continuativa“. Se pensiamo ai farmaci, succede che spesso questi si limitino a curare i sintomi, e non la malattia vera. Bene, l’azione continuativa è esattamente questo tipo di farmaco. L’agire è rivolto totalmente a catturare i delinquenti e sequestrare i beni di cui la mafia si è già impadronita. Manca la prevenzione. Chi ha sentito di operazioni concrete per salvaguardare campi come la sanità, gli appalti, la tutela dei commercianti? Sono sicuro che in molti casi questi strumenti ci sono e funzionano, ma non vengono potenziati né pubblicizzati. Cosa pensa un commerciante che è costretto a pagare il pizzo (se non vuole trovarsi la bottega in fiamme) degli annunci roboanti della cattura dei boss? Sa che ne arriverà un altro a breve, sa che se chi riscuote il pizzo viene catturato, presto verrà sostituito.

In fondo avere un nemico costante da combattere è comodo, utile nel campo del consenso a breve termine: basti pensare a Emmannuel Goldstein, il Nemico del Popolo, la figura immaginaria che “il Partito”, in 1984 di George Orwell, ha inventato per usare come valvola di sfogo del proprio popolo, durante i due Minuti d’Odio giornalieri, momenti in cui le persone, poste davanti ad un teleschermo vedono il nemico e possono insultarlo liberando tutta la loro bassa e repressa forza rabbiosa.

Per questo bisogna essere prudenti prima di andare a tagliare davvero le gambe alla mafia: togli le fonti che la alimentano? Togli il serbatoio costante di numeri, consenso, voti. Questo fa  schifo. Chiunque minacci il potere viene zittito, ma con i modi più subdoli e striscianti: una dichiarazione qui, una mezza accusa di là. Come giustifichiamo le nostre truppe in Afghanistan? Come giustifichiamo il sostegno ad un governo locale che cerchiamo di tenere in piedi con le armi (non si può esportare la democrazia…) che provvede a sequestrare tre medici soltanto perché curano chiunque, senza distinzione di sorta? In nessun modo, ma il fatto che Emergency esista, e che si sia trovata in questa assurda situazione può far tornare l’attenzione su questo conflitto poco definito, lontano: è meglio presentare i tre sequestrati come degli individui non meglio definiti, forse addirittura in odor di terrorismo…(vedi post Io sto con Emergency)

Ma mettere a tacere queste persone non è cercare di imporre il silenzio sull’argomento mafia? Certo che sì: siamo all’omertà di governo. Come facevano nei regimi totalitari a risolvere un problema? Semplicemente i media controllati non ne parlavano più. In poco tempo la massa perdeva il ricordo della questione e il problema era come se non fosse esistito.

Per combattere la mafia bisogna parlarne: è o non è un potere celato, nascosto? Parlarne sempre di più non solo aiuta ad indebolirla, ma si autoalimenta in questa azione: una persona troppo impaurita per parlare, se vedesse che sempre più persone coraggiose denunciano i crimini della mafia potrebbe trovare più slancio per uscire allo scoperto, se vedesse che queste persone sono tutelate in modo sicuro e non accusate dal Presidente del Consiglio di pubblicizzare ciò che le opprime, si creerebbe un circolo virtuoso per combattere davvero questo cancro maledetto italiano.

È grave che il Presidente del Consiglio abbia speso delle parole così dure su chi rischia la vita perché vuole un paese più libero. È come venir tramortiti dal proprio body-guard.

Nei giorni scorsi è morto Edmondo Berselli, grande giornalista italiano e persona dotata di grande intelligenza ed ironia. Lasciamo la parola a Riccardo Bocca e Piero Ignazi che, su “L’Espresso”, ricordano il loro collega ed amico scomparso.

Una chitarra per te   (di Riccardo Bocca)

Un marziano a Roma   (di Piero Ignazi)

di Aristofane

Poche parole per esprimere il pieno supporto e la totale solidarietà ad Emergency, che dal 1999 è in Afghanistan a curare le vittime di una guerra che si trascina ormai da troppo tempo. Dei veri medici curano tutti, senza distinzioni politiche o di opportunità, e questo è lo spirito che muove Gino Strada e la sua associazione, che è indipendente e completamente neutrale, apolitica. Ma spesso, anche chi è neutrale diventa un testimone o un osservatore scomodo. E ora, in seguito al rapimento dei tre italiani e degli altri medici afghani, il centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gah ha dovuto chiudere, per la gioia dei centinaia di cittadini afghani che vengono curati dai medici dell’associazione ogni giorno.

Per testimoniare la nostra vicinanza ad Emergency e, soprattutto, a Marco Garatti, Matteo Pagani e Matteo Dell’Aira (foto sotto), i tre medici arrestati senza che sia stata formulata nessuna accusa precisa (e viste le inutili, ed anzi dannose, iniziative del governo e gli strilli dei giornali di regime), è importante firmare l’appello presente sul sito dell’associazione di Gino Strada, che trovate qui.

Io sto con Emergency.

(Qui trovate un bell’articolo di Gianni Barbacetto su Emergency)

di L’Albatro

Ingiusto per chi paga la retta. Così alcune mamme di Adro hanno commentato l’ormai clamoroso gesto di Silvano Lancini, imprenditore che ha provveduto a saldare il debito che molte famiglie di immigrati avevano presso la mensa scolastica dei loro bambini. Bambini che si sono ritrovati nel piatto un panino e lì accanto un bicchiere d’acqua, mentre i loro compagni, quelli portati a scuola a bordo di un SUV, si intrattenevano con i loro spaghetti. Alcuni di questi hanno messo nel piatto vuoto dei loro amici qualche forchettata di pasta. Senza dire una parola.

Non credo che un bambino, a compiere un gesto del genere pecchi di ingenuità. Sono queste madri che peccano di arroganza. Se guardiamo chi non paga la retta, notiamo che non è per spregio delle regole, ma per mancanza di denaro. Per questo, secondo le “mamme” sopra citate, questi bambini dovrebbero rimanere senza cibo. Ma, ditemi, dove sono tutti quei bei valori che queste signore snocciolano come un rosario la domenica? Dov’è il voler bene al prossimo e agli altri, fondamento del Cristianesimo a cui spesso ci si appella come guida del vivere civile?

Che razza di messaggio diamo a questi bambini? “Sai, la tua mamma e il tuo papà non hanno i soldi per pagare, quindi oggi, domani, dopodomani e il giorno dopo ancora, se non si mettono in pari, tu starai qua a gustarti del buon pane mentre i tuoi vicini, quelli che vengono dalle villette qua attorno, si possono abboffare di primo, secondo e magari anche il dolce.” O la frutta.

Poiché la mensa non è un servizio non è obbligatorio accedervi, mentre è obbligatorio pagare per entrarvi. E non si può certo risolvere così la questione perchè a settembre si ripresenterà di nuovo“, dichiarazione di una mamma riportata da Il Sole 24 ORE online. Per questo bisogna lasciare a digiuno i bimbi, perché tanto non cambia nulla, la situazione tornerà ad essere la stessa fra qualche mese.

Avete notato che il punto focale della questione è il DENARO? Il denaro che manca a delle famiglie che sono in difficoltà, il denaro che spesso eccede nelle tasche di altre famiglie, denaro che fa perdere il senso della misura reale delle cose: in questa situazione sono i bambini ad essere puniti per la povertà e le difficoltà dei loro genitori. Si può punire qualcuno perché è povero?

Naturalmente non tutte le famiglie che pagano la retta sono benestanti o addirittura ricche, e spesso per pagarla impiegano sforzi notevoli: se proprio ci si deve arrabbiare, credo che bisognerebbe scegliere un bersaglio differente, non le persone che stanno peggio. Come al solito ci fermiamo ai ragionamenti superficiali e soprattutto bassi. Di pancia. Il problema si ripeterà a settembre? Va bene, ma intanto, da qua a settembre come mangeranno quei bambini? È un atto di basilare umanità dar da mangiare a dei bambini. Se queste persone hanno tanta voglia di protestare, pensino ai veri motivi per cui si è arrivati a umiliare un bambino con un pasto da carcerato. Se in Italia siamo davvero così, vi prego, non consideriamoci un Paese.

***

Chi ragiona in questo modo crede di avere dei valori che non ha. Non vuole nemmeno vedere la vera strada per migliorare questo dannatissimo mondo: per avere tanto bisogna dare tanto, e un po’ di umiltà e aiuto non interessato possono fare molto. Riconoscere che se uno non paga qualcosa perché non ha i soldi non costituisce una lesione del proprio rispetto della regola, ma ha cause profonde e più ampie. Piuttosto che schermarsi dietro un “tanto non cambierà niente”, pensare a come cambiare la situazione. Ma forse a queste persone non interessa. È inutile dare ad un cieco degli occhiali da vista.

Cerchi di silenzio

Pubblicato: 15/04/2010 da montelfo in Aristofane, Società
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di Aristofane

(Clicca sull’immagine per ingrandire)

Ogni terzo giovedì del mese, a Trento, in Piazza Duomo, alcune persone si ritrovano e si mettono in cerchio, dalle 18 alle 19. In silenzio, per un’ora. Sembra una cosa impossibile, restare in silenzio e fermi per un’ora intera, abituati come siamo alle nostre vite caotiche e farcite di rumori molesti. Eppure è possibile. Persone che rappresentano la voglia di allontanarsi da false paure che ci vengono instillate, alla violenza, alla creduloneria, ai pregiudizi.

Quando ci sono i cerchi di silenzio, nella piazza si respira una strana atmosfera. Il silenzio comunica qualcosa, molto più del frastuono, e trasmette una sensazione particolare: ricorda un bosco dopo la pioggia, quando l’acqua ha smesso di scrosciare sulle piante, e l’aria umida diventa immobile e silenziosa. Quella quiete trasporta altrove, in una dimensione ovattata e limpida, alla quale sembriamo appartenere da sempre. E’ un silenzio carico di significati, che fa risuonare, da qualche parte, la parte più nascosta della nostra anima.

Ho finalmente trovato, dopo giorni di ricerche tra gli articoli di giornale che conservo, un illuminante pezzo di Massimo Fini a proposito dell’Africa e della fame che strazia questo meraviglioso continente. L’autore prende spunto dai fatti di Rosarno del gennaio di quest’anno per effettuare una disamina lucida e tagliente sul continente africano e sull’impatto che l’Occidente ha avuto su di esso. Le opinioni si possono condividere come no, ma i dati sono incontrovertibili.

QUANDO L’AFRICA ERA DAVVERO NERA NON MORIVA DI FAME    (di Massimo Fini)

da “il Fatto Quotidiano” del 14/01/2010


Sui fattacci di Rosarno anche la stampa più bieca e razzista è stata costretta a prendere le parti degli immigrati (“Hanno ragione i negri”, ha titolato il Giornale, 9/1), sfruttati fino all’osso per i famosi lavori che “gli italiani non vogliono più fare”, costretti a vivere in case di cartone e, come se non bastasse, presi anche a pallettoni. Ed è assolutamente ipocrita chiamarli “neri”, in linguaggio politically correct, come fa la sinistra se poi li si tratta da “negri” che è il senso ironico del titolo di Feltri.

Quando però si analizzano le cause di queste migrazioni ormai bibliche, che portano a situazioni tipo Rosarno in Europa e negli Stati Uniti, la stampa occidentale resta sempre, e non innocentemente, in superficie. Si dice che costoro sono attratti dalle bellurie del nostro modello di sviluppo. Ora, non c’è immigrato che non possegga almeno un cellulare e che non sia in grado di avvertire chi è rimasto a casa di che “lacrime grondi e di che sangue” questo modello, per tutti e in particolare per chi, come l’immigrato, è l’ultima ruota del carro.

Si dice allora che costoro sono costretti a venire qui a fare una vita da schiavi a causa della povertà e della fame che strazia i loro Paesi. E questo è vero. Ma non si spiega come mai queste migrazioni di massa sono cominciate solo da qualche decennio e vanno aumentando in modo esponenziale. In fondo le navi esistevano anche prima e pure i gommoni. Il fatto che gli immigrati di Rosarno siano prevalentemente provenienti dall’Africa nera ci dà l’opportunità di spiegarlo.

L’opinione pubblica occidentale, anche a causa della disinformatia sistematica dei suoi media, è convinta che la fame in Africa sia endemica, che esista da sempre. Non è così. Ai primi del Novecento l’Africa nera era alimentarmente autosufficiente. Lo era ancora, in buona sostanza (al 98%), nel 1961. Ma da quando ha cominciato ad essere aggredita dalla pervasività del modello di sviluppo industriale alla ricerca di sempre nuovi mercati, per quanto poveri, perché i suoi sono saturi, la situazione è precipitata. L’autosufficienza è scesa all’89% nel 1971, al 78% nel 1978. Per sapere quello che è successo dopo non sono necessarie le statistiche, basta guardare le drammatiche immagini che ci giungono dal Continente Nero o anche osservare a cosa siano disposti i neri africani, Rosarno docet, pur di venir via.

Cos’è successo? L’integrazione nel mercato mondiale ha distrutto le economie di sussistenza (autoproduzione e autoconsumo) su cui quelle popolazioni avevano vissuto, e a volte prosperato, per secoli e millenni, oltre al tessuto sociale che teneva in equilibrio quel mondo (come è avvenuto in Europa agli albori della Rivoluzione industriale quando il regime parlamentare di Cromwell, preludio della democrazia, decretò la fine del regime dei “campi aperti” (open fields), cosa a cui le case regnanti dei Tudor e degli Stuart si erano opposte per un secolo e mezzo, buttando così milioni di contadini alla fame pronti per andare a farsi massacrare nelle filande e nelle fabbriche così ben descritte da Marx ed Engels).

Oggi, nell’integrazione mondiale del mercato, nella globalizzazione, i Paesi africani esportano qualcosa ma queste esportazioni sono ben lontane dal colmare il deficit alimentare che si è venuto così a creare. E quindi la fame.

Senza per questo volerlo giustificare il colonialismo classico è stato molto meno devastante dell’attuale colonialismo economico. Fra i due c’è una differenza sostanziale, di qualità. Il colonialismo classico si limitava a conquistare territori e a rapinare materie prime di cui spesso gli indigeni non sapevano che farsi, ma poiché le due comunità rimanevano separate e distinte poco cambiava per i colonizzati che, a parte il fatto di avere sulla testa quegli stronzi, continuavano a vivere come avevano sempre vissuto, secondo la loro storia, tradizioni, costumi, socialità, economia.

Il colonialismo economico, invece, ha bisogno di conquistare mercati e per farlo deve omologare le popolazioni africane (come del resto le altre del cosiddetto Terzo Mondo) alla nostra way of life, ai nostri costumi, possibilmente anche alle nostre istituzioni (la creazione dello Stato, per soprammercato democratico o fintamente democratico, ha avuto un impatto disgregante sulle società tribali), per piegarle ai nostri consumi. In Africa si vedono neri con i RayBan (con quegli occhi!) e il cellulare, che costano niente, ma manca il cibo. Perché il cibo non va dove ce n’è bisogno, va dove c’è il denaro per comprarlo. Va ai maiali dei ricchi americani e, in generale, al bestiame dei Paesi industrializzati, se è vero che il 66% della produzione mondiale di cereali è destinato alla alimentazione degli animali dei Paesi ricchi (dato Fao).

E adesso ci si è messa anche la Cina, new entry in questo gioco assassino, che compra, con la complicità dei governanti corrotti, intere regioni dell’Africa nera la cui produzione, alimentare e non, non va ai locali, sfruttati peggio degli immigrati di Rosarno, ma finisce a Pechino e dintorni. Ma l’invasione del modello di sviluppo egemone ha anche ulteriori conseguenze, quasi altrettanto gravi della fame. Sradicati, resi eccentrici rispetto alla propria stessa cultura che è finita nell’angolo, scontano una pesantissima perdita di identità. A ciò si devono le feroci guerre intertribali cui abbiamo assistito, con ipocrita orrore, negli ultimi decenni. Perché le guerre in Africa, sia pur con le ovvie eccezioni di una storia millenaria, avevano sempre avuto una parte minoritaria rispetto alla composizione pacifica fra le sue mille etnie (J.Reader, “Africa”, Mondadori, 2001).

E così fra fame, miseria, guerre, sradicamento, distruzione del loro habitat, costretti a vivere con i materiali di risulta del mondo industrializzato (si vada a Lagos, a Nairobi o in qualsiasi altra capitale africana) i neri migrano verso il centro dell’Impero cercandovi una vita migliore. O semplicemente una vita. E i nostri “aiuti”, anche quando non sono pelosi, non solo non sono riusciti a tamponare il fenomeno della fame e della miseria, in Africa e altrove, come è emerso dal recente vertice della Fao tenuto a Roma, ma l’hanno aggravato perché tendono ad integrare ulteriormente le popolazioni del Terzo Mondo nel mercato unico mondiale, stringendo così ancor di più il cappio intorno al loro collo. Alcuni Paesi e intellettuali del Terzo Mondo lo avevano capito per tempo. Una ventina di anni fa, in contemporanea con una delle periodiche riunioni del G7 (allora c’era ancora il G7), i sette Paesi più poveri del mondo, con alla testa l’africano Benin, organizzarono un polemico controsummit al grido: “Per favore non aiutateci più!”. Ma non vennero ascoltati.

(Leggi il primo post di “Collage”)

Un impero da salvare

Pubblicato: 13/04/2010 da montelfo in Aristofane, Politica, Società
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di Aristofane

Come sempre, i grandi autori ci consegnano visioni del mondo e dell’uomo che centrano la vera natura di ciò che ci circonda. Un efficace esempio è questo brano, tratto da “Le città invisibili” di Italo Calvino.

Nella vita degli imperatori c’è un momento, che segue all’orgoglio per l’ampiezza sterminata dei territori che abbiamo conquistato, alla malinconia e al sollievo di sapere che presto rinunceremo a conoscerli e a comprenderli; un senso come di vuoto che ci prende una sera con l’odore degli elefanti dopo la pioggia e della cenere di sandalo che si raffredda nei bracieri; una vertigine che fa tremare i fiumi e le montagne istoriati sulla fulva groppa dei planisferi, arrotola uno sull’altro i dispacci che ci annunciano il franare degli ultimi eserciti nemici di sconfitta in sconfitta, e scrosta la ceralacca dei sigilli di re mai sentiti nominare che implorano la protezione delle nostre armate avanzanti in cambio di tributi annuali in metalli preziosi, pelli conciate e gusci di testuggine: è il momento disperato in cui si scopre che quest’impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine nè forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perchè il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina.

Sorge spontaneo il paragone tra l’impero di cui si parla nel testo e  la società dei giorni nostri. A volte si sente parlare di ottimismo, di buone possibilità per il futuro. Ma basta guardarsi intorno per rendersi conto che la realtà è ben diversa: i giovani sono spesso condannati ad un futuro di precariato; la politica si occupa solo dei suoi problemi e trascura i cittadini; si punta sull’energia nucleare abbandonando quella pulita; la scuola viene fatta a pezzi, cancellando la cultura ed il suo valore; l’informazione è manipolata e serva nella maggior parte dei casi; territori sempre più vasti e settori crescenti dell’economia sono in mano alla mafia. Ecco perchè chi parla di ottimismo spesso si trova in posizioni altolocate. Al di fuori di tutto questo, il mondo può avere un aspetto diverso.

Questa visione è senza dubbio molto pessimistica, e non sempre le cose vanno in questo modo. Ci sono verità molto diverse e meritevoli. Ma dobbiamo lottare per mantenerle vive, farle crescere e fare in modo che sconfiggano la parte marcia della realtà, altrimenti anche il nostro mondo e la nostra vita si incancreniranno e perderanno valore, fino a dissolversi.

di L’Albatro

Dai dati che Michele Serra riporta nella sua rubrica “L’amaca” su laRepubblica, emerge un punto di vista differente e obiettivo riguardo ai risultati delle elezioni regionali appena trascorse.

La Lega su scala nazionale avrebbe ottenuto il 12% dei voti, e sappiamo che il suo elettorato è concentrato in appena un terzo del paese (difatti rimango sempre stupito quando questa riceve voti al Sud). Ora, fermo restando che la matematica non è fantasia, dodici su cento non costituisce maggioranza, e se vediamo che il PdL ha ottenuto il 30%, su scala nazionale il partito di Berlusconi e quello di Bossi messi assieme non raggiungono la maggioranza assoluta, ma al massimo un 42%.

Se consideriamo il Pd assieme all’IdV raggiungiamo il 33%: due partiti di opposizione che assieme superano la percentuale del partito di maggioranza (relativa, grazie al Porcellum) attualmente al governo.

Consideriamo il dato dell’astensionismo. Il Pd non è riuscito a convincere gli indecisi, i quali, di fronte ad un governo di annunci e promesse poco chiare ma roboanti, e un’opposizione pigolante, hanno deciso di stare a casa.

Link diretto ad un documento pdf contenente una scansione di un articolo di laRepubblica di martedì 30.03.10: “Astensionismo record, uno su tre non ha votato”.

Su repubblica.it c’è questo articolo, sempre sull’astensionismo, firmato Alberto D’Argenio.

“Un buon politologo [suggerirebbe] di domandarsi in quale altra democrazia al mondo un partito che ha il 12 per cento, per giunta concentrato in un solo terzo del territorio nazionale, verrebbe considerato padrone incontrastato della Nazione.” (Michele Serra)

L’unica paura che potremmo avere è che per la codardia di Berlusconi e della sua corte, interessata soltanto a mantenere intatti gli interessi del sultano, la Lega davvero ottenga più peso, in barba a quanto detto sopra ma soprattutto per il designarsi sempre maggiore di uno spettacolo osceno: un partito secessionista che mette sotto scacco il governo nazionale di cui è alleato, governo che per reggersi nella sua già fasulla immagine deve lasciare fare…

Passando all’opposizione, ho avuto un tuffo al cuore quando nei giorni successivi al risultato-sconfitta, il Pd non solo non ha avuto nemmeno un barlume di esame di coscienza, ma ha provato a interpretare i dati in modo positivo (della serie, “poteva andare peggio”) e ha anche aperto la strada al dialogo sulle riforme.

Questa è coerenza? Come si può indicare una strada credibile se si scende a patti, prostrandosi così facilmente con l’avversario fino a poche ore prima fortemente contrastato? Perché l’opposizione non sa indicare una propria priorità di riforme e poi battersi per questa? Perché non sa lanciare messaggi credibili, anche eclatanti? Perché hanno tutti paura?

All’ultima domanda vorrei proporre una risposta, forse un po’ generale, ma che mi piacerebbe completare con una discussione. Anche i personaggi dell’opposizione stanno seduti in Parlamento, hanno cariche di potere, visibilità e possibilità, conoscenze. Fare il sacrificio di rinunciare a tutto questo è davvero coraggioso, non solo per il  bagaglio di potere qua sopra descritto, ma anche “mentalmente parlando“.

Se mancano le idee si va poco lontano, la coerenza non è una  salda stretta delle proprie convinzioni, ma è amarle a tal punto da volerle rinnovare e migliorare sempre.

Berlusconi e i suoi lasciano passare del tempo sperando che si metta tutto a posto da solo, con interventi tampone e grandi maschere mediatiche a coprire la scarsa attività per il Paese.

L’opposizione lascia passare del tempo sperando che Berlusconi imploda, limitandosi il più delle volte ad analizzare sconfitte e insulti che le vengono rivolti: guardando sempre indietro non si accorge dei pali su cui va a zuccare, pali che ci sono sempre stati e che aveva ad ha deciso di ignorare (leggi “peso dei vecchi leader”, “poco coraggio”, “proteste senza proposte”, “eccessiva cautela”, …).

Si cerca un punto da cui ripartire. Voltiamo la testa e affrontiamo i pali…